Guilty pleasure #3: pro wrestling (e come mi aiutò a capire Harry Potter)

brèslin

Brèslin

E’ un po’ brutto dirlo, ma la recente dipartita di Eddie “Umaga” Fatu mi ha ricordato che il wrestling occupa un posto di riguardo nella lista dei miei guilty pleasures. Anche se suppongo abbia subito un pochino di sdoganamento negli ultimi anni (e una patina di accettabilità intellettuale grazie all’ottimo The Wrestler di Aronofsky), in generale seguire il wrestling non è visto come particolarmente figo da nessuno, se non da altri che seguono il wrestling. Questo per dirvi che, se volete far bella figura in società, vi conviene dire che siete appassionati di rugby o di balletto classico, le quali cose, ironicamente, se potessero essere mischiate produrrebbero… il wrestling.

A dire la verità è un pezzo che non seguo più questo sport-entertainment con l’assiduità di un tempo (diciamo che la sua graduale scomparsa dai palinsesti dopo il ritorno di fiamma di qualche anno fa non aiuta), tuttavia resterebbe un mondo a me caro anche se non vedessi più un singolo incontro da qui all’eternità. I motivi sono almeno due.

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Sotto la gonna: il bello del wrestling è che c'è un sacco di upskirt

Il primo è che grazie al wrestling ho imparato a disegnare gli uomini grossi. Il secondo è che il wrestling[1], nel suo essere una forma di teatro molto lineare, mi ha aiutato a capire dei meccanismi fondamentali (ma proprio per questo spesso persi di vista) della narrazione. Ora, non andrò a farvi un’introduzione generale al concetto di wrestling: basta che voi sappiate che in un incontro di pro wrestling i due contendenti, o le due squadre, hanno una precisa collocazione morale, insomma c’è il buono (face) e c’è il cattivo (heel). Quello che si capisce bene dal wrestling, e che vorrei più autori tenessero presente, è che per rendere il face amato dal pubblico, e particolarmente soddisfacente la sua eventuale vittoria, il migliore in campo dev’essere l’heel. Ovviamente ci si aspetta che l’heel sia scorretto e gratuitamente crudele, tutte cose che il face, in quanto tale, non può fare. Ma se l’antagonista dimostra fin dall’inizio di essere fuffa – debole, o poco astuto, o poco carismatico, o qualsiasi combinazione di queste caratteristiche – il pubblico non reagirà al face, non avrà interesse a parteggiare per lui. E’ un concetto che mi è spesso tornato in mente leggendo Harry Potter, a mano a mano che la saga si avvicinava alla fine. Ci viene detto che Voldemort è un terribile mago oscuro, un Hitler del mondo delle scope volanti, ma se quando lo vediamo raramente fa qualcosa di sconvolgentemente malvagio, è circondato da inetti ed opportunisti, e fa quei tipici errori da cattivo di serie B come parlare troppo prima di dare il colpo di grazia, non è Harry Potter che è figo perché sconfigge Voldemort, è Voldemort che è uno sfigato che si fa sempre fregare da dei ragazzini.

Certo, c’è sempre il rischio di ottenere l’effetto opposto. Quando ebbi la fortuna di andare a vedere Raw nel 2006[2], il main event che chiudeva la serata era John Cena (face) contro Triple H (heel). Di fatto però, in quel periodo, Cena stava soffrendo di una certa sovraesposzione che, se lo rendeva l’idolo dei bambini, lo aveva reso inviso a molti dei fan più adulti, che lamentavano il suo ristretto parco mosse e la perdita di carisma del suo personaggio. Triple H, d’altro canto, fu accolto nel palazzetto con un boato assordante, e sostenuto dal pubblico per tutto il tempo[3]. Alla fine, Cena vinse l’incontro com’era prevedibile[4], ma ci fu un doppio finale in cui Triple H, sconfitto e quindi non più squalificabile, andò a prendere la sua fida mazzetta da cinque chili e pestò Cena tra le acclamazioni del pubblico. Di lì a poco, nella storyline ufficiale Triple H ebbe un turn face, passò insomma dalla parte dei buoni tornando a far squadra col vecchio sodale Shawn Michaels. E’ interessante vedere come la popolarità di un personaggio diventi il metro della sua “bontà”, salvo ovviamente alcune eccezioni: il compianto Eddie Guerrero passò da heel a face senza per questo rinunciare alle scorrettezze e alle furbizie, assumendo però un personaggio da “adorabile canaglia”. Ric Flair è un altro che viene quasi sempre identificato come heel, ma essendo da tempo assurto allo status di icona al pari di Hulk Hogan, è acclamato dal pubblico indipendentemente dal suo allineamento morale.

Beyond the mat

Jake the Snake in Beyond the mat

Questo per quanto riguarda ciò che accade sul ring (dando per scontato che, per apprezzare il wrestling, divertirsi guardando della gente che si picchia sia la condizione necessaria e sufficiente). Ciò che accade dietro alle quinte è quasi altrettanto – se non di più – appassionante, anche se spesso in maniera un po’ deprimente. Chi ha visto The wrestler lo sa;  quello che forse non sapete è che buona parte dei concetti espressi da quel film – la carriera breve, gli acciacchi fisici, l’uso di steroidi – sono mostrati già in un documentario del 1999, Beyond the mat.

In questo film vengono mostrate le storie di Mick Foley, allora all’apice della sua carriera col personaggio di Mankind, Terry Funk, prossimo al ritiro e ritenuto uno dei precursori dello stile spericolato di Foley, e Jake “The Snake” Roberts, che molti di noi ricorderanno accompagnato da un pitone vivo e dal commento di Dan Peterson durante la prima età dell’oro del wrestling sulla tv italiana. La parabola di Roberts sembra essere quella che ha influenzato più pesantemente il film di Aronofsky, con la differenza che “The Snake” risulta ancora più sgradevole e patetico del personaggio interpretato da Rourke. Se il senso di Beyond the mat è quello di mostrare l’impatto deleterio che una carriera nel wrestling può avere sulla vita privata di chi la intraprende, ci riesce in pieno: Roberts in seguito criticò il documentario perché lo avrebbe messo in cattiva luce, d’altra parte ci sono documenti che sembrano confermare il ritratto desolante visto nel film.

L’impressione che se ne trae è che il wrestling, quando imbocca il viale del tramonto, prenda il peggio dal mondo dello sport e da quello dello spettacolo: da una parte la brevità della carriera, legata alla forma fisica, dall’altra il continuo feedback del pubblico[5] che viene improvvisamente a mancare. Verrebbe voglia di equiparare il business del wrestling a quello del porno – entrambi sfruttano la realtà dei corpi dei loro attori, per vendere al pubblico una fantasia, ed entrambi sono dei tritacarne in cui, per ogni superstar che riesce ad affiorare nel mainstream, ci sono decine di comparse sottoposte a logiche spietate da “se non fai questo, non lavori”[6]. La definizione muscolare non è certo necessaria perché i wrestler facciano quello che devono fare sul ring, ma specialmente nel circuito mainstream, lo diventa perché è parte dell’immagine del wrestling in quanto proiezione delle fantasie (in questo caso non erotiche ma vagamente supereroistiche) degli spettatori. Non è (quasi mai) il colpo vero e proprio ad aprire una ferita nella fronte del lottatore, ma quella ferita è reale, per quanto poco dolorosa: se l’è fatta lui con una lametta[7]. Le cadute dall’alto sono cadute dall’alto – in Beyond the mat si vede Foley perdere conoscenza dopo un volo di diversi metri durante un match con Undertaker.

The giant has a posse

The giant has a posse

C’è chi si ritira al momento più opportuno, chi prosegue a oltranza, chi riesce a riciclarsi in altri ambiti come il cinema, e quelli – non pochi – che prima o dopo pagano il conto. Il tasso di mortalità nel wrestling è relativamente alto, e quasi sempre riconducibile all’abuso di anabolizzanti e farmaci vari, come nel caso dell’infarto di Eddie Guerrero, e ai traumi fisici accumulati nel corso della carriera, come nel caso dell’omicidio-suicidio commesso da Chris Benoit. Il cervello del lottatore canadese fu trovato “talmente danneggiato da assomigliare a quello di un ottantacinquenne malato di Alzheimer“, da cui, si suppone, il tracollo psicologico che lo indusse ad uccidere moglie e figlio per poi togliersi la vita. Diversa, ma altrettanto tragica, la storia di Owen Hart, morto sul ring per uno stunt andato male. Oppure si può parlare di André the Giant: la disfunzione ormonale che lo aveva reso un gigante e di conseguenza un “personaggio” anche nel mondo del wrestling – dove il carisma viene ancora prima dell’atletismo, e nani e ballerine non sono solo un modo di dire – fu anche quella che lo portò ad una morte prematura.

Insomma, che piaccia o no il wrestling ha un innegabile sapore di feuilleton popolare, sempre e rigorosamente in linea coi gusti del pubblico, anche i meno presentabili – dal semplice desiderio di vedere l’eroe scazzottare il cattivo di turno (che è sempre un “nemico del popolo”, in varie accezioni), a quel misto di paura ed anticipazione che si prova davanti alle corse automobilistiche – chissà se qualcuno si farà male davvero? L’autore di Beyond the mat comincia il suo documentario chiedendosi: chi sono le persone dietro ai personaggi che si esibiscono sul ring? E soprattutto, perché lo fanno?

Lo fanno perché lo chiediamo noi.

cm punk

Questa immagine è per dividere le note dal resto del post, ma in realtà volevo solo una scusa per usare una foto di CM Punk.

[1] Parlo soprattutto del wrestling WWE, abbastanza “telenovelato”. Uno dei miei desideri segreti è potergli scrivere i testi e dare così ulteriore sfogo al mio lato sborone e tamarro.

[2] Avevo vinto un concorso indetto da Sportitalia che premiava i migliori banner, cioè i cartelli che il pubblico tira fuori durante il match.

[3] Anch’io lo sostenevo, d’altra parte non nego che Triple H in particolare mi solluccheri l’ormone, con quella faccia da visigoto invasore venuto a razziare il mio villaggio, non a caso è in trattativa da millenni per un terzo episodio di Conan il barbaro.

[4] Non lo vinse in quanto face, ma perché c’era in palio la cintura di campione del mondo, ed è scontato che una cintura non passi di mano durante un incontro che non viene ripreso per la puntata televisiva. Questo è anche il motivo per cui negli house show si può vedere qualche variante/contraddizione alla storyline ufficiale, sempre, appunto, che non ci siano titoli in palio

[5] In effetti per capire davvero il wrestling bisognerebbe vederlo dal vivo (peccato che ad alti livelli sia uno spettacolo costosetto): quello che non si coglie in tv è quanto i wrestler interagiscano con il pubblico, manovrando con sapienza le sue reazioni, e viceversa quanto le reazioni del pubblico facciano da amplificatore a quanto accade sul ring.

[6] Sempre in Beyond the mat viene anche seguita brevemente la storia di un aspirante wrestler che riesce ad avere un’audizione con Vincent McMahon, il padrone della WWE che inventa su due piedi un personaggio per lui – “Puke”, il lottatore che vomita a comando.

[7] Queste cose sono ormai risapute da tempo tra gli appassionati, a parte qualche irriducibile, e definitivamente portate alla ribalta da The Wrestler.

8 thoughts on “Guilty pleasure #3: pro wrestling (e come mi aiutò a capire Harry Potter)

  1. Io sono una di quelle che del wrestling non sa nulla e non ha mai avuto un particolare interesse a riguardo, ma dopo The Wrestler m’è scattata un pò di scintilla… Più che altro mi ha grandemente affascinato tutto il risvolto un pò melò e tanto drammatico che c’è dietro a quella che, come avviene in diversi campi dello spettacolo, è una maschera.
    Ora per esempio sarei proprio curiosa di vedere questo Beyond the mat!

    • Beh, non dico che the Wrestler abbia *plagiato* Beyond the mat ma le similitudini ci sono: per esempio nel documentario si vede Jake the Snake tentare di riallacciare i rapporti con la figlia che aveva trascurato durante l’apice della sua carriera. Lei non era minimamente figa come Evan Rachel Wood, in compenso aveva un album pieno di scritte tipo “ti odio papà”.

      Io avevo trovato il torrent su The pirate bay, se non mi ricordo male, altrimenti ci sono un decina di video su Youtube che coprono *quasi* tutto il film, ma per esempio mi pare lascino fuori la parte che segue il wrestler esordiente, che secondo me invece è abbastanza pregnante.

      • Li chiamano conflitti generazionali!XD
        comunque, a parte che ho rivisto The Wrestler oggi e m’è parso più triste della prima volta che l’ho guardato, leggevo anche che proprio questo documentario è stato una dichiarata ispirazione per il film.
        Ora, o appena ho un pò di tempo, mi metto a caccia di Beyond the Mat su Youtube!

  2. Ho avuto anch’io il mio momento wrestling, miseramente finito quando la tv via cavo si disinteressò della cosa. Ma è sempre istruttivo leggere le glorie e le miserie dello show.
    Una volta mi chiesero cosa c’è di diverso tra guardare il wrestler e guardare un reality show, visto che si gioco molto tra “è reale/è finto” in entrambi i casi: probabilmente che nei reality non ci sono tizi che si picchiano. Sembra quasi “nobilitante” in questo modo.

    • Mah, secondo me non è proprio quello il parallelismo: a meno che uno non sia un bambino o l’ultimo dei mark irriducibili, che il wrestling segua un copione predefinito ormai è un fatto noto a tutti. Ormai anche nei filmati e nelle interviste ufficiali si dà per scontata questa cosa (anche se ovviamente l’industria ha tentato di mantenere la “magia” il più a lungo possibile). Il discorso di “realtà” sta semplicemente nel fatto che i wrestler non sono fatti di gomma, con tutto ciò che ne consegue. Al di là del paragone col porno che ho già fatto nel post, io il wrestling lo vedo più come una forma di teatro molto basilare e popolare, “antica” in un certo senso, dove il pubblico non è solo spettatore ma è chiamato ad avere voce in capitolo sullo svolgimento della storia. Ecco, questo forse è il vero punto d’incontro coi reality show, il fatto che la sorte di un personaggio, e quindi lo sviluppo della trama, dipenda da quanto è fischiato o acclamato dal pubblico (fisicamente ad uno show dal vivo o tramite il televoto).

      Fermo restando che guardare una rissa ben coreografata è sempre divertente😀

    • O zia Agonia e San Bruce protettore, non son degna! Mi cospargo il capo di cenere e vado in pellegrinaggio in ginocchio sulla tomba di André the Giant.

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