Contro il logorio della vita moderna: Mad Men stagione 1

sears

Qualche anno fa, per caso mi capitò in mano un catalogo di vendita per corrispondenza Sears dei primi anni ’60. Come una sorta di Postalmarket agli steroidi, il Sears non vendeva solo vestiti, ma praticamente qualsiasi cosa potesse servire alla via quotidiana di un americano middle class di quel periodo: dalla bibbia (in varie traduzioni a seconda dell’orientamento religioso) alla ferramenta, passando per l’arredo bagno e le barche. Sfogliare il Sears significa essere catapultati in un mondo dove tutti vestono completi sempre stiratissimi, dai colori saturi; significa poter arredare una casa dal consumo elettrico spropositato perché le risorse sono (sembrano) abbondanti e a bassissimo costo. Significa accedere ad un benessere impensabile solo venti o trent’anni prima semplicemente alzando la cornetta del telefono ed ordinando quello che si vuole per poi pagarlo a rate. Il Sears vende più di semplici beni di consumo: vende uno stile di vita, tutto più o meno nella stessa fascia di prezzo, nella stessa classe sociale che ambisce a trasferirsi nella suburbia delle casette con giardino e steccato dipinto.

Mad Men nasce qui, tra i pantaloni con la piega e migliaia di metri quadri di moquette stesa ad ovattare i passi di chi si fa strada con  lo stesso brutale desiderio di sopravvivenza dei propri padri, ma trovandosi drammaticamente a corto di prove da superare.  Ambientato in quella frazione di storia americana senza guerre per le quali partire ragazzi e tornare (se si torna) uomini, Mad Men racconta storie di gente che, finalmente incanalatasi nell’agognato ideale di normalità, comincia senza quasi saperlo a sbattere la testa contro il vetro dell’acquario.  Il famoso logorio della vita moderna. E a proposito, prima di dire che il concetto di un telelfilm basato sulla pubblicità è “molto americano” (lo avevo pensato anch’io, di primo acchito) fermatevi un attimo e considerate tutti gli amarcord sull’epoca del boom e il numero di Cinquecento vendute; la mitizzazione di Carosello. [1]_

Tutto questo in realtà si disvela gradualmente, senza clamorosi colpi di scena, soprattutto tramite il non detto, salvo poi mettere i personaggi – e lo spettatore – di fronte al fatto compiuto. C’è un senso di ineluttabilità, trasmesso anche dalle claustrofobiche scenografie quasi tutte in interni (come notato nell’ottima recensione di Serialmente), e, per esempio, dal fatto che molti dei creativi che lavorano alla Sterling & Cooper abbiano in realtà ben altre ambizioni nel cassetto. Vorrebbero essere scrittori, sceneggiatori, fotografi, ma la loro creatività deve rientrare entro logiche di mercato, quindi sono grafici, copywriter, PR.

D’altra parte, cade a fagiolo una frase di Svevo in cui mi sono imbattuta pochi giorni fa – “È un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.” In questo senso, Mad Men è parente stretto di Revolutionary Road, di cui riprende l’ambientazione, ma frazionando la trama da psicodramma di coppia a racconto corale. Le ambizioni frustrate di Pete Campbell si specchiano (e quindi si rovesciano) nell’ascesa professionale della segretaria Peggy Olsen, salvo poi un apparente ritorno allo status quo nel finale – l’unico vero cliffhanger di tutta la stagione – per cui Pete avrà sempre le spalle coperte mentre Peggy, in quanto donna, si trova a dover superare ostacoli del tutto estranei ai suoi colleghi maschi. In un periodo storico pre-’68, sono proprio i personaggi femminili a risaltare di più (nonostante il protagonista Don Draper possa tranquillamente vincere la tombola del manpain), quelli per i quali vien voglia di dire “ah cara, se solo fossi nata trent’anni più tardi metà dei tuoi problemi non esisterebbero!”.anne taintor

Non a caso il mio personaggio preferito è Betty Draper, la moglie di Don, bionda ex modella dai tratti hitchcockiani. In una serie il cui unico vero difetto (almeno per quanto riguarda la prima stagione) è quello di parlare più al cervello che al cuore dello spettatore, Betty è forse quella che colpisce di più. Se la sua storyline non è particolarmente originale (mogliettina ideale che vede incrinarsi la sua maschera di perfezione giorno dopo giorno), l’esecuzione fa la differenza, proprio perché il dramma di Betty si palesa nelle piccole cose. Lei è solo lontana parente della Bree Van Der Kamp di Desperate Housewives, anche se entrambe portano acconciature impeccabili e sanno usare il fucile. Betty non può contare sul carattere sì represso, ma comunque dominante, di Bree: tutto quello che fa, lo fa sempre da una posizione di subordinazione. Eppure non rinuncia ad una ribellione, che si tratti di sparare a delle colombe ammaestrate (scena epica), o aprire una bolletta del telefono.

La prima stagione di Mad Men, insomma, non è ancora perfetta, soffre di qualche lungaggine di troppo e di un meccanismo narrativo ancora non perfettamente rodato. Ma questi difetti sono più che compensati da un’attenzione ai dettagli e alla scrittura dei personaggi assolutamente di altissimo profilo, creando in definitiva una storia che funziona ancora meglio quando ci si ripensa che non nel momento stesso in cui la si vede. Il che, per una serie il cui altro grande tema è la nostalgia, sembra alquanto appropriato.

DD

Che brava, sono arrivata fino alla fine del post senza dire che John Hamm è l'attore più figo apparso in tv da quando i produttori di Lost hanno fatto il casting di Sawyer, Sayid, Desmond e Jack

Ecco, se c’è qualcosa che secondo me si perde un po’ è l’effetto ~politicamente scorretto~ di tutte le sigarette e l’alcol che si vedono consumare sullo schermo. Credo che l’italiano, ma anche l’europeo medio, reagirebbe con: “embè?”

8 thoughts on “Contro il logorio della vita moderna: Mad Men stagione 1

  1. L’ho vista in modo un po’ discontinuo l’anno scorso su Cult. Inizialmente sono rimasta stordita dal suo altissimo livello estetico per poi patire una certa lentezza nell’evoluzione delle storie.
    Anche per me la signora Draper è il personaggio preferito. La scena delle colombe è una specie di esplosione del suo potenziale aggressivo: il vicino minaccia i bambini di sparare al cane dei Draper, Mrs. Draper racconta la cosa al marito, ma lui minimizza sicuro che il vicino non farà nulla del genere. Lei invece attacca “preventivamente”. è una scena che contiene un sacco di elementi: il vicinato, la camicia da notte impensabile per una stepford wife, la freudianata del fucile e del ruolo aggressivo usurpato a Mr. Draper, le colombe che volano tutte poetiche perchè stanno scappando dalla doppietta.

    Splendida l’immagine del catalogo!

    • io più che soffrire la lentezza in sé ho trovato un po’ difficoltoso affezionarmi ai personaggi, insomma, è una serie che ho apprezzato più “di testa” che “di pancia” fino alle ultime due puntate. Lì si tirano le fila… ed è già finito, lol. Con un po’ di pazienza mi recupero al seconda stagione e vediamo se, finito il rodaggio, riescono a tirarmi dentro alla storia fin da subito.

      Una cosa che mi piace molto di come è scritto il personaggio di Betty è che anche questi atti sovversivi come la scena del fucile o quella della bolletta del telefono sono coerenti col suo carattere e la sua condizione sociale. Guardo sempre con interesse alla narrativa che affronta le problematiche di genere, sessimo, ecc., però capita fin troppo spesso che in storie “d’epoca” mi infilino a forza personaggi femminili con una coscienza di sé artificiosamente moderna. Betty invece è convincente come prodotto di *quel* tempo e di *quella* cultura, per cui anche quando alza la testa di quel poco, sembra assolutamente rivoluzionaria.

      (purtroppo quelle non sono le pagine del catalogo che ho io: ho provato a googlarlo ma ho trovato solo quello invernale, mentre io ho l’edizione estiva😦 prima o dopo mi deciderò a scansionare qualcosa perché ci sono delle vere chicche)

  2. Sì è vero, poi l’anacronismo dimezza i personaggi di quel tipo perché elimina i conflitti. Insomma, se sei una specie di aliena estratta dal tuo tempo e disinteressata ai problemi di riconoscimento e appartenenza, a che rinunci per essere la fighissima guerriera che sei? E soprattutto le altre che non lo sono, perché non lo sono? Tutte scemotte?
    Mi viene in mente un film di quelli “sulla forza delle donne” che ho sempre detestato per questa scarsa presenza della storia nei personaggi positivi: L’albero di Antonia.

    Ma dai, niente scansioni: tienilo per te il catalogo e usalo come ispirazione occulta per qualcosa😛

    • Eh eh, già fatto (sfruttare il catalogo per i miei biechi scopi, dico)😀 Che poi non dico che non si possano raccontare personalità eccezionali, però proprio per rappresentare un’eccezione dovrebbero essere anche frutto del contesto che sovvertono, non completamente avulsi.

      Comunque il mio “flim sulla forza delle donne” più odiato (anche se è tutto un altro genere, strappalacrime e “nonostante tutte le difficoltà c’è ancora amore nel mio cuore”) è Lì dove batte il cuore, quello con Natalie Portman che partorisce in un supermercato. Li vedo gli sceneggiatori, lì a darsi pacche sulle spalle pensando che le donne simpatizzeranno a manetta con le protagoniste e le loro sfighe (c’è pure Ashley Judd che si fa mettere incinta in maniera seriale), quando è chiaro che si tratta di sfighe dettate dall’idiozia e simpatizzare con gli idioti andava bene giusto guardando i Goonies. SLOOOOOTH!

  3. “…quello con Natalie Portman che partorisce in un supermercato…”

    Orrore. Lietissima di essermelo perso!
    Posso cercare di vincere il premio pregiudizio basandomi sugli accenni che ne fai? Dunque… sul parto di N. Portman (che comunque è la mia dea perché ha provato a fare scarpe vegane fighe) scommetto che:

    1- le figure paterne sono assenti/insufficienti/distratte
    2 – il suddetto parto è il momento catartico – parto come produzione ‘autonoma del femminile e dispiego del suo potere.

    Dovremmo mettere insieme un elenco tipo “i 10 più insopportabili film sulle donne”.

    • Mah, credo che nemmeno si arrivasse tanto in là: praicamente c’era lei (di estrazione rigorosamente redneck) che veniva abbandonata all’autogrill dal fidanzato sbandato, e per un po’ sopravviveva dentro a questo supermarket, non mi ricordo se rubacchiando o elemosinando; poi partoriva (finendo anche sui telegiornali) e da lì cominciava il film vero e proprio, con lei che deve trovare un posto per sé e per il suo bambino, e finisce insieme a Ashley Judd in questa casafamiglia che, per colmo di sfiga, viene pure divelta da un uragano. Però, con la forza dell’aMMore e della buona volontà dopo tante lacrime la rimettono in piedi e alla fine Natalie si trova pure un bravo ragazzo, giusto per rassicurarci che non tutti gli uomini sono dei tossicomani che non fanno un cazzo tutto il giorno, che bestemmiano e picchiano i bambini (cit.). Insomma, questo intero blog è la prova che di cagate ne guardo parecchie e me ne vanto, ma anch’io ho i miei limiti😄

      • Senti, io la interpreto come una vittoria della scomessa almeno per quanto di cui al punto uno, rispolverando la regola per cui le eccezioni sono tali.😛

  4. Pingback: Guerra fredda a New York: Mad Men stagione 2 « Conversation pieces

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