A new career in a new town: Mad Men stagione 3

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Nighthawks, Edward Hopper

Se c’è un difetto imputabile a Mad Men, è quello di essere un diesel che ci mette sempre un po’ ad ingranare, facendo sembrare la maggior parte della stagione in corso come una preparazione per la vera azione che si concentra negli ultimi episodi. E’ una tendenza che avevo notato nella prima stagione, parzialmente sovvertita nella seconda (che però ha patito, per contro, un certa lungaggine proprio verso la fine con la trasferta californiana), e tornata nella terza. A maggior ragione – dato che, dopo il season finale Close the door, have a seat, si potrebbe quasi dire che in realtà anche le due precedenti stagioni non sono state altro che una preparazione al finale di quest’ultima.

Ovviamente, il punto di svolta è la morte di Kennedy, un evento che colpisce profondamente i protagonisti e che, in retrospettiva, sembrerebbe il “vero” inizio degli anni ’60 per come sono passati alla storia: un’epoca di cambiamento, di rivoluzioni vere o presunte, di una guerra che da fredda si fa caldissima con l’incombere del Vietnam, pericolo di cui i personaggi sembrano completamente ignari.dd

Perché se c’era un altro elemento tematico che rischiava di rivoltarsi contro Mad Men si trattava dell’immobilismo dei personaggi. Tutti bloccati – dal proprio infantilismo, dalle proprie paure, dalle norme sociali – in una coazione a ripetere che sembrava infinita. E apparentemente va così anche nella terza stagione: Betty ribolle, cerca un’avventura ma poi si tira indietro, apparentemente riappacificata con Don dopo una riuscita vacanza romana. Don, d’altro canto, nonostante tutti i buoni propositi e i campanelli d’allarme riguardo il suo matrimonio ha una tresca con la maestra della figlia, a poche centinaia di metri da casa sua. Pete, apparentemente diventato più amabile, mostra di nuovo il suo lato peggiore quando, alla prima assenza prolungata della moglie, stupra la ragazza alla pari dei vicini di pianerottolo. Sembra che tutti siano di nuovo al punto di partenza, ma scopriamo che più che in un circolo vizioso sono intrappolati in una spirale: ad un certo punto, finisce. E per risalire dopo aver toccato il fondo, occorre andare in direzione opposta.

Certo, non tutti evolvono alla stessa velocità, o in maniera completa. C’è chi fa un passo avanti e due indietro, come per esempio Betty, che dopo aver finalmente alzato la voce contro Don sembra pronta ad infilarsi nuovamente nelle pastoie di un matrimonio poco convinto. C’è chi, come Peggy, passo dopo passo sembra stare costruendo una solida fortuna, guadagnandosi il rispetto che merita. C’è una Joan che  comincia la stagione a sua volta intrappolata in un matrimonio inconcludente e con risvolti violenti, quasi una parodia – in peggio – delle disillusioni di Betty, ma che alla fine sembra avviata al riscatto quando torna nel suo ambiente naturale, dove è indispensabile e rispettata per questo.

sdfgIn Mad Men, il lavoro, pur con i suoi alti e bassi, nobilita l’uomo e dà un senso, se non alla sua vita, alle sue giornate. Lo dice lo sguardo che Don rivolge nel finale alla nuova sede della Sterling, Cooper, Draper & Pryce. Impossibile non vedere, nella certosina ricostruzione d’epoca, un richiamo alla crisi economica attuale (riecheggiata anche dai flashback sulla Grande Depressione): licenziamenti, esuberi, professionisti di mezza età e giovani emergenti che si trovano sulla stessa barca, scoprendosi sacrificabili e irreparabilmente precari. In linea con la riflessione sulla storia americana che pervade la serie (e che nella terza stagione si fa palese con il discorso su Kennedy), la soluzione è americanissima: se non c’è più spazio per te, trovati una nuova frontiera da conquistare, un posto solo tuo. L’episodio finale è stato criticato per aver abbandonato il ritmo lento “come la vita” che aveva caratterizzato la serie per un approccio più sincopato, con una serie di sequenze troppo ben oliate per poter essere vere. Ma è anche il modo migliore per rendere l’eccitazione della nuova avventura che sta per cominciare, l’idea del brave new world su cui personaggi si stanno per affacciare.

Insomma, Mad Men è arrivato al punto della svolta. Sarà lecito aspettarsi un cast in parte rinnovato, capelli meno impomatati, più Rolling Stones e meno Perry Como. Riuscirà Don Draper, dal suo nuovo appartamento al Village, a fare di sé – ancora una volta – un uomo nuovo? A non ripetere con la sua “famiglia d’elezione” alla SCDP  gli stessi errori che ha commesso con la famiglia vera? O sarà solo un rimasuglio degli anni ’50 destinato ad essere spazzato via dagli stravolgimenti culturali alle porte? Lo sapremo solo il prossimo agosto.

yuiop

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