Lake Mungo (Joel Anderson, 2008)

lake mungo

Che bella famigliola, e che bella casetta infestata

(Una recensioncina senza spoiler di rilevanza)

Pochi giorni fa, mi sono accidentalmente spoilerata il finale di Paranormal Activity, che non ero comunque sicura di voler andare a vedere: questa storia del filmato finto-vero comincia un po’ ad essere abusata, ed aleggiava un vago aroma di sòla intorno all’operazione. Ciò non toglie che probabilmente gli darò un’occhiata, ma non subito.

paura eh

paura eh?

In compenso, a stretto giro di boa ho visto Lake Mungo, incuriosita dalla recensione dei 400 Calci. Lake Mungo è apparentemente simile a Paranormal Activity, dato che fa largo uso di telecamere finto amatoriali, filmati e foto finto-d’archivio, e tutto il cucuzzaro necessario a costruire un mockumentary. D’altra parte, si prefigge degli scopi diversi. Più che spaventare lo spettatore (anche se oh, sarà che l’ho visto nella penombra della mia casa vuota, ma un po’ di inquietudine me l’ha data), Lake Mungo si diverte a mettere in dubbio la nostra capacità di vedere ciò che realmente le immagini rappresentano e non solo quello che ci si aspetta di trovarvi. Se dico che The Prestige è uno dei miei film preferiti, è abbastanza ovvio che questo lato di Lake Mungo mi abbia piacevolmente colpito.

titlesOltre al film di Nolan, si possono trovare riferimenti anche a Twin Peaks (fin dalla ragazza morta che di cognome fa Palmer) e per certi versi anche a Donnie Darko. Non si tratta tuttavia di un film apertamente citazionista o che prende ironicamente le distanze dalla propria storia; anzi, lo scopo di Anderson, oltre a giocare alle ombre cinesi con lo spettatore, è anche riflettere sull’elaborazione del lutto. Nei primissimi minuti del film, mentre sullo schermo scorrono immagini ottocentesche di fantasmi (in realtà fotomontaggi), la voce fuori campo dice: “Non so perche’ sia importante… e come possa aiutare le persone ad affrontare una perdita… l’inventarsi delle storie di fantasmi o di cose del genere”. Al di là della veridicità o meno delle apparizioni nella casa dei Palmer, la storia allo stesso tempo rispetta e sovverte l’archetipo secondo cui è il fantasma che rimane legato a questo mondo perché ha qualcosa in sospeso, e implicitamente mostra che è soprattutto la famiglia di Alice a non essere ancora capace di accettare la scomparsa della ragazza. Sappiamo fin dall’inizio che in qualche modo ci riusciranno, almeno abbastanza da lasciare – nella finzione – che venga realizzato un documentario sulla loro storia. Ma la cosa interessante è che, pur nella confezione da “documentario di paura” del film, i Palmer non sembrano particolarmente spaventati dalle apparizioni vere o presunte di Alice, in un certo senso le ricercano, tentando di trovare quella comunicazione che – come diventa sempre più evidente col progredire del film – era venuta a mancare con l’adolescenza della ragazza.

Volendo, il difetto di Lake Mungo è proprio quello di giocare un po’ troppo a ribaltare le aspettative dello spettatore, con una prima metà dove non succede praticamente nulla, e poi una sequela di colpi di scena piazzati col metronomo. Si potrebbe aggiungere la mancanza di una vera catarsi finale, come lamentato dal recensore di Bloody Disgusting, ma non è necessariamente un male. Credo sia proprio il porsi di Lake Mungo a metà tra l’horror e il non-si-sa-bene-cosa ad avergli guadagnato giudizi ambivalenti.  Il rigore con cui Anderson persegue il realismo nel suo finto documentario (recitazione misurata, stacchi di paesaggio tipici del genere) risolve, da una parte, molti problemi riguardanti la sospensione dell’incredulità: c’è il montaggio perché stiamo vedendo un “documentario” e quindi è normale che ci sia, le batterie delle telecamere durano perché c’è chi le ricarica, il medium registra le proprie sedute di ipnosi perché così può fornire una plausibile garanzia ai clienti. D’altra parte, il formato del documentario implica assistere a molti eventi cruciali “in differita”, tramite il racconto di chi li ha vissuti; non possiamo vedere in prima persona i sogni della madre, o il suo straziante vagabondare nelle case degli altri nottetempo (ma nessuno chiude a chiave in Australia? pare di no, e questo dettaglio è una delle pistole di Čechov del film), e per contro il video fatto col telefonino stride con il resto del film, dato che viene spontaneo chiedersi perché sia stato girato.

lake mungo

Vedo la gente scema! - eh, Maccio Capatonda mi ha rovinato

Al di là dei suoi difetti, a me Lake Mungo è piaciuto (se non si era capito): l’ho trovato un approccio interessante a due sottogeneri – la casa infestata e il mockumentary horror – che sono stati sfruttati a oltranza. Inoltre, ma forse è solo un’impressione mia, mi sembra che Anderson viaggi su binari paralleli alla scuola di Nash Edgerton, i cui cortometraggi spesso hanno dipinto la provincia australiana di rosso sangue. Ma soprattutto apprezzo che Lake Mungo mi abbia fatto pensare almeno un paio di volte “beh, questa non me l’aspettavo”. Parafrasando il solito The Prestige – sappiamo che c’è il trucco, e proprio per questo vogliamo essere ingannati.

4 thoughts on “Lake Mungo (Joel Anderson, 2008)

  1. paranormal activities in molti dicono che e’ ‘na sola…io devo dire onestamente che l’ho trovato scagozzante (nel senso che fa venire lo scagozzo (nel senso che lo scagozzo sarebbe la paura)).
    Quindi, insomma, io mi sentirei di consigliarlo

    • Come ho detto non ho ancora visto PA, quindi sospendo il giudizio. Credo che il fattore discriminante, però, non sia tanto quanti salti sulla sedia ti fa fare il film (che però ci vogliono: un horror che non fa neanche un po’ paura ha sbagliato qualcosa), quanto: è davvero diverso da quello che abbiamo visto finora? Cioè, che cosa lo distingue/rende migliore dai film con temi simili che sono venuti prima, tanto da giustificare l’hype enorme che ci è stato costruito attorno?

  2. Pingback: Incident at Loch Ness (Zak Penn, 2004) « Conversation pieces

  3. Pingback: Bram Stoker’s Dracula: un film decadentista « Conversation pieces

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