Sbrodoliamoci: True Blood stagione 1

Okay, lo so che avevo promesso un post su Van Damme per spegnere il cervello dopo l’overdose di Lost, ma vi garantisco che a)il post su Van Damme è quasi fatto e include anche Dolph Lundgren, b)qui c’è di che spegnere il cervello lo stesso. E prima di cominciare, vorrei ringraziare Agony Aunt di Strong Bloody Violence: sono stati i suoi post a convincermi subdolamente a vedere questo telefilm da tempo relegato a metà classifica delle mie “cose da vedere”.

fangtasia

Ah, ma non era il Banale?

Uhm, temo che la battuta la capiranno solo i padovani. Comunque. Ci sono due modi per approcciarsi a True Blood: uno serio e l’altro no.

Quello serio è lo stesso modo serio con cui ci si approccia agli X-Men: il vampiro/mutante/mostro come metafora della diversità, nello specifico razziale e sessuale. Che in True Blood, storia che è di grana grossa e se ne vanta, è un concetto amplificato dal fatto che ci troviamo in quella stessa Louisiana proletaria e sudaticcia dove probabilmente molti dei nonni dei protagonisti si divertivano ad appendere i neri agli alberi per il gusto di dargli fuoco. E’ importante tener conto del fatto che il discorso sul razzismo negli Stati Uniti è peculiare, e mi sembra si sia sviluppato con modalità diverse rispetto a come si sta svolgendo in Europa. In un certo senso è “più avanti”, perché per la maggior parte si rivolge alle minoranze etniche come già inglobate nel tessuto sociale americano, piuttosto che come “altro” che viene da lontano, e la rappresentazione di queste minoranze è sempre soggetto di accesi dibattiti anche nell’ambito apparentemente innocuo della cultura pop. Basta vedere quanti post sull’aggregatore Metafandom sono taggati con “race” o “racefail ’09“.

tara

Con Tara avevano provato anche a fare qualche discorso sul razzismo in senso classico, ma secondo me poi si sono dimenticati

Qui entra in gioco l’intuizione di rendere i vampiri un’altra minoranza etnica, con un’identità precisa e diverse correnti politiche al suo interno, nella ben nota dicotomia Martin Luther King/Malcolm X, Charles Xavier/Magneto. In questo caso, da una parte ci sono vampiri desiderosi di integrarsi il più possibile con i vivi; altri che, pur mimandone almeno in parte lo stile di vita, non ci pensano nemmeno a rinnegare la propria diversità, convinti che gli umani non siano altro che bestiame di cui cibarsi.

Ovviamente l’inghippo di questo metaforone bello pesante sta nel fatto che i vampiri sono davvero un potenziale pericolo pubblico, perché il loro istinto primario è e sarà sempre quello di nutrirsi di sangue umano, ed è chiaro che – checché ne dica Bill – il sangue sintetico “True Blood” sarà pure nutriente, ma sa di cacca.

Insomma, il gioco, per entrambe le parti, vale la candela? Vale la pena per i vampiri affannarsi a rientrare nei ranghi di una società a misura di essere umano, quando potrebbero tranquillamente continuare a vivere come hanno fatto negli ultimi secoli?

durrrr

mavalà, Danny Trejo dei poveri

D’altro canto, la situazione si complica quando scopriamo che, se i vampiri sono golosi di sangue umano, anche gli umani si nutrono dei vampiri. A quanto pare sono gli amanti migliori del mondo, portatori (mal)sani di una libido prorompente, e secondo me non è un caso che anche qui sia mimato uno stereotipo di origine razziale sul selvaggio ipersessuato (tanto più che sembrano essere soprattutto le donne e i gay a cercare la compagnia del maschio vampiro, e le femmine vengono stigmatizzate per questo fino alle estreme conseguenze). Poi c’è la faccenda del V, che altro non è che il sangue dei vampiri – “pura vita” che, se assunto da un umano anche in minime quantità, unisce gli effetti del viagra, dell’LSD e dell’eroina in un colpo solo. Per giorni. E sticazzi non ce lo mettiamo?

Questo risvolto origina dei simpatici meccanismi di reciproca prostituzione tra umani e vampiri che confondono ulteriormente le acque tra chi sia la preda e chi il cacciatore. Ah, e poi, al solito, ci sono le dinamiche della piccola comunità, il voodoo, gli estremisti religiosi, e tutto il coté umano che abbiamo imparato ad aspettarci dalle storie ambientate nel bayou – o perlomeno guardando Hazzard.

Questo per quanto riguarda l’approccio serio. Perché visto così True Blood sembrerebbe anche un telefilm di contenuti, una singolare riflessione su razzismo e classismo.

eric says

Eric says "Sticazzi"

E INVECE NO.

O almeno non del tutto. True Blood è anche una trashata immane, e per questo lo amiamo. Si vedono più tette nella prima metà dell’episodio pilota che a mezzanotte su Antenna 3 Veneto. C’è Anna “Sookie” Paquin che gira agghindata con striminzitissimi vestitini 100% white trash e richiama spesso alla mente le parole dell’esimio maestro René Ferretti.  C’è Jason, il fratello scemo di Sookie, sempre garanzia di prodezze sessuali e cazzate madornali, che si becca metà di una puntata dedicata esclusivamente al suo priapismo (è proprio il caso di dirlo: non m’invento un cazzo). Roba che credevo solo Nip/Tuck potesse permettersi, per dire. Ci sono i vampiri-alfa che si riconoscono anche perché si tengono in contatto tra di loro via palmare, al contrario di quell’uomo d’altri tempi di Bill che però piace tanto alle nonne. C’è il reduce dell’Iraq in preda allo stress post traumatico e il gay effeminato che però picchia duro (questi ultimi sono i miei personaggi secondari preferiti).

smarmella

Questa scena ci insegna due cose. La prima, che al di là del personaggio insipido, Stephen Moyer è un attore di grande generosità. La seconda è che c'è la candida nel futuro di Sookie.

E potrei andare avanti, eh. Tra l’altro dalla regia mi dicono che nella seconda stagione, che ho appena cominciato, la serie va ancora più oltre e non vedo l’ora; intanto mi sono già imbattuta nel makeover del magnifico svervegio che si fa le mèches e poi si va a comprare la tuta all’Oviesse, dove ovviamente trova il bigio Bill, a maggior riprova che, vampiri o no, in provincia ci si imbatte sempre nelle stesse persone. Insomma, è una serie che parla in modo sopra le righe e talvolta smaccatamente parodistico di gente tamarra e perennemente ingrifata, per cui mi trovo un po’ perplessa quando leggo critiche alla tamarraggine stessa: i modelli di riferimento sono orgogliosamente di serie B (si veda lo strillo finale di Sookie e Tara a conclusione della 1×12), e mi domando se i recensori più scettici siano influenzati dal fatto che il creatore della serie[1] è Alan Ball, mente dietro al rarefatto e acclamatissimo Six Feet Under; con la differenza che a SFU non sono mai riuscita ad appassionarmi, mentre True Blood mi diverte da matti e ne voglio ancora. Succede.

Ecco: il modo non serio di approcciarsi a True Blood è quello con cui, quando sei a casa da solo e non hai voglia di cucinare, ti prepari un panino ripieno di TUTTO, ti stappi una birra, e ti piazzi davanti alla tv guardando il tuo programma preferito mentre mangi con le mani e ti sbrodoli di maionese (o in alternativa, ti strafoghi di sofficini. S O F F I C I N I). Non è un bel quadretto visto dal di fuori, e non è il tipo di cose con cui fare gli splendidi in società – in tal caso occorrerebbe, credo, cenare a suon di tartine in qualche happy hour milanese e dire di guardare Mad Men – ma diobòno, quanto ci godi mentre lo fai. True Blood fornisce gratificazione immediata cui andare incontro con gioia suina, specialmente se, come me, siete dei masochisti che indossano il cilicio di Lost e delle sue risposte sempre rimandate. In True Blood, le risposte si ottengono così:

SOOKIE: Bill, spiegami come funziona questo risvolto misterioso della vita dei vampiri.
BILL: certo amore.

E glielo spiega. E poi dalla felicità ciulano. Detta fuori dai denti, Sookie e Bill non sono poi molti gradini più in alto della tossicissima coppia Edward/Bella di Twilight, ma hanno l’indubbio pregio di aver tagliato corto col vorrei ma non posso (temevo che avrebbero aspettato il season finale per consumare, argh), copulando molto sin da metà stagione, scelta a cui plauderò sempre. Certo, poi loro di per sé sono interessanti quanto il cestello della lavatrice che gira, però non sarò certo io a dire di no al fanservice di cui True Blood è prodigo, soprattutto quando è di questa caratura:

svervegia uber alles

"Diventerà molto popolare."

Insomma mi sto divertendo da matti e non vedo l’ora di andare avanti. Sbrodolandomi come il bambino nella sigla, che accludo perché merita:

[1] Ormai lo sanno anche i muri, la storia di True Blood è tratta da un ciclo di romanzi di Charlaine Harris, pubblicato una decina d’anni fa, quindi pre-Twilight. Non si tratta certo degli unici romanzi su una storia d’amore umana/vampiro, ma non posso fare a meno di pensare che questo materiale di base sia stato scelto anche in quanto simbolico dito medio rivolto all’universo conservatore e sessuofobo di Stephenie Meyer.

6 thoughts on “Sbrodoliamoci: True Blood stagione 1

  1. … è una serie che parla in modo sopra le righe e talvolta smaccatamente parodistico di gente tamarra e perennemente ingrifata, per cui mi trovo un po’ perplessa quando leggo critiche alla tamarraggine stessa…

    Infatti sì. Anche a me sembra che chi rimpiange il sottesto serio, dolendosi nel vederlo sacrificato a quello tamarro, fondamentalmente si sia rifiutato o non sia riuscito a entrare in sintonia con lo spirito della serie, cosa che ovviamente non è un male innominabile da lavare nel sangue ma preclude l’80% dello spasso.
    Oltre a questo c’è il fatto che se è vero che nella questione “integrazione dei vampiri” si riconosce una metafora di un certo livello, è altrettanto inconfutabile che si tratti di una metafora prolifica finché si vuole, ma anche relativamente ovvia. Nelle dinamiche tra personaggi, argomentate secondo le regole della soap opera con una certa indugenza verso i dettagli grevi, si annida un commento abbastanza informato e pertinente sulla vampirata nelle sue varie e più o meno note declinazioni.
    Ma chissà perché non hanno preso il vero Danny Trejo per fare Longshadow… me lo chiederò per sempre.

    • Ma infatti secondo me il risultato finale sopra le righe è pienamente voluto, c’è troppa ironia e consapevolezza dei vari schemi narrativi (Bill: “sono un vampiro, DEVO essere tormentato!”) per sostenere il contrario. Semmai i difetti di scrittura sono altri, come notavi tu oltre a formare una coppia scialba con Bill (e anche lì comincio a pensare che ci sia del dolo, una satira voluta insomma, vedi il tizio che nella seconda serie dice a Sookie “una telepate per un vampiro è solo un trofeo”) Sookie è un tantino bipolare. Ho letto un commento dove si ipotizzava che nella writing room di TB manchi un lavoro collettivo degli autori, quindi ognuno scrive il suo episodio senza un vero editing che renda i personaggi coerenti da una puntata all’altra… e sarei tentata di crederlo se non fosse che, in realtà, la maggior parte degli *altri* personaggi si comportano in maniera piuttosto lineare. Mah, boh. Però è divertente lo stesso, quindi sono indulgente.

      Danny Trejo non c’è perché se no avremmo guardato solo lui. E’ il mio brutto ceffo del cuore!

  2. simbolico dito medio rivolto all’universo conservatore e sessuofobo di Stephenie Meyer.

    YEEEEEEEEEE

    vabbe’ okay me lo guardo. peraltro nello stesso periodo (cioè adesso) ho iniziato Oz. non sono più una bimbah innocenteh! °C°

    • Eh, Oz è roba seria! L’ho visto un po’ a singhiozzo perché lo seguivo quando lo facevano su Italia 1, ma mi piaceva davvero molto. Prima o dopo lo recupererò per un rewatch integrale (sigh, dico sempre così ma non lo faccio mai, stessa cosa per The Shield)

    • Beh, dopo mezzanotte ovviamente😄 ero ancora a Firenze quindi parlo di tre-quattro anni fa minimo… poi mi pare che l’anno scorso l’avessero rimandato su Iris.

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