Incident at Loch Ness (Zak Penn, 2004)

Toh! Avevo scritto queste recensione qualche tempo fa ma non l’avevo postata perché WordPress e/o la mia connessione facevano le bizze. Eccola adesso, tanto non va mica a male.

Herzog is not amused

Dopo Lake Mungo, Incident at Loch Ness presenta un altro punto di vista sull’uso del mockumentary come riflessione sul cinema come gioco di prestigio, illusionismo allo stato puro. In breve, Incident racconta la storia (fittizia) di Werner Herzog che decide di andare a girare un film sul mostro di Loch Ness – o meglio sul mito che lo circonda – e delle vicissitudini produttive che circondano questo documentario. Soprattutto il produttore, Zak Penn (che in realtà è il regista del film) col procedere della storia emerge, se non come vero protagonista, come una sorta di surreale villain che tenta di aumentare l’appeal del documentario di Herzog con stratagemmi hollywoodiani, peraltro di bassa lega.

Mi riesce un po’ difficile valutare la bontà del film in senso assoluto; credo che buona parte di esso si possa apprezzare davvero solo se si ha un minimo di familiarità col cinema di Herzog e col mito che lo circonda, e probabilmente c’è un altro livello di inside jokes comprensibili solo a chi è addentro l’industria cinematografica americana (difatti una delle prime scene del film riguarda una cena a casa di Herzog, a Los Angeles, dove tra gli invitati figura Jeff Goldblum), di cui Incident è una sorta di satira.

Il concetto principale su cui sembra reggersi il film, però, è la riflessione – per quanto “leggera” – sulla possibilità di una rappresentazione veritiera della realtà, cosa che lo ricollega a Lake Mungo. Come notato da uno dei commentatori di Imdb[1], siamo di fronte ad una sorta di paradosso del mentitore: se noi sappiamo di stare vedendo un film, non stiamo vedendo la realtà, però assistiamo ad un falso anche all’interno del film. E’ un gioco di scatole cinesi che viene sottilmente introdotto fin dalla scena con il prestigiatore, e ribadito fino all’ultimo, a dire il vero con sottigliezza sempre minore (“era come stare dentro a un film di Werner Herzog”).

Da notare come, comunque, il regista si riservi il ruolo più sgradevole della storia. Alla fine anche Herzog, che è cosceneggiatore, si presenta sì, come “artisticamente integro”, ma anche come pedante e non del tutto privo di un certo umorismo sadico.

Si può anche provare a vederlo come film di mostri tout court, come indicato nella recensione di Cloverfield di Gamberetta, o anche come film “sui naufragi” alla maniera di Open Water e affini. In tal caso, l’atmosfera ironica non aiuta a costruire vera tensione, e quando effettivamente succede l’imprevisto, per una manciata di minuti Incident at Loch Ness diventa un altro film, tutto concentrato nel quarto d’ora finale, in cui la troupe viene disgregata fisicamente e psicologicamente. E’ a questo punto che Herzog commenta che l’esperienza vissuta gli ha fatto riconsiderare “tutti questi drammi solo per riuscire a catturare qualche bagliore di luce su una striscia di celluloide”, riportando ancora una volta il centro del discorso sul cinema come necessità, alla fine non dissimile dalla necessità di credere a storie come quella del mostro o dei rapimenti alieni (che Herzog deride all’inizio del film).

In breve, Incident at Loch Ness si giostra tra satira, metacinema e narrativa tout court, trovando un equilibrio piuttosto esile, ma riuscendo a portare lo spettatore fino alla fine senza troppi intoppi.

[1] Brandt Sponseller, 5 marzo 2005

One thought on “Incident at Loch Ness (Zak Penn, 2004)

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