L’uomo in più: Lost 6×07

Per tutta una serie di motivi molto noiosi questo post arriva con una settimana di ritardo… abbiate fede perché presto recensirò anche Recon – e non credo che avrò altrettanto da dire. Ma intanto vai di Dr. Linus (e complimenti al “nostro” Michael Giacchino per l’Oscar vinto con Up, il mio film preferito del 2009, tra l’altro)!

Adoràtelo.

Adoràtelo.

A tutti quelli che sbuffano (anch’io l’ho fatto le mie volte, eh) dicendo “sì, ma Lost lo inventano in corsa”, rispondo: Ben Linus è stato “inventato in corsa”. La storia è ormai nota. Guardando indietro, che Ben fosse stato un’aggiunta tardiva, o comunque non inserita nel concept originale della serie, sembra quasi impossibile. Pochi personaggi sono così intimamente, ed esplicitamente, integrati con la mitologia della serie; pochi hanno influenzato così pesantemente le vicende degli altri abitanti dell’isola.

Anche se, in quanto a stagioni prese complessivamente, le mie preferite sono la prima e la quarta, è la terza a contenere alcuni tra gli episodi singoli che mi hanno più colpito a livello emotivo, trasformandomi da spettatrice mediamente interessata a fan ossessiva fedelissima.  La palma del vincitore va sicuramente a Through the looking glass, ma The man behind the curtain merita sicuramente un posto sul podio. Con quell’episodio Ben è passato definitivamente da comprimario di lusso e villain misterioso, pressoché infallibile, a personaggio vero e proprio; ed è lì che è cominciata anche la sua umanizzazione.  Scopriamo che anche lui, come i Losties, è arrivato sull’isola per uno scherzo del destino, che anche lui ha qualche problemino col padre, che anche lui – come il suo “doppio” John Locke – ha eletto l’isola a propria vera madre.

"E' tutto in legno massello, eh. Mica roba presa all'Ikea."

E’ interessante riesaminare quella puntata alla luce di ciò che sappiamo oggi. Durante il suo “regno” come leader degli Altri, Ben non ha mai conosciuto Jacob. L’uomo in cui riponeva una fiducia cieca e che allo stesso tempo aveva usato per costruire la propria scalata al potere non si era mai manifestato. Ciò che si manifesta in The man behind the curtain, ora lo sappiamo, è la nemesi di Jacob, quello che ora gira per l’isola con le sembianze di Locke, libero dalla prigione che, a quanto sembra, aveva l’aspetto di una baracca polverosa. Nello stesso episodio, per la prima volta Ben fa esplicito riferimento all’immortalità di Richard (you remember birthdays, don’t you?), una domanda che trova una risposta, perlomeno parziale, in Dr. Linus.

Ma lasciando da parte la mitologia per un attimo, The man behind the curtain è lo zenith, e quindi l’inizio della fine, della parabola di Ben come infallibile villain. Di fronte a Locke, il suo potere è messo in dubbio, e da allora la storia di Ben è un misto di spregiudicati balzi in avanti per non perdere terreno (con due tentativi di omicidio ai danni di Locke, tra l’altro, di cui uno andato a segno) e di situazioni di svantaggio in cui, in genere, si trova legato e malmenato dal carceriere di turno, e da cui riesce ad uscire non con la forza, ma con la destrezza o la persuasione. In un certo senso, la storia di Ben sull’isola si potrebbe sottotitolare “revenge of the nerds gone horribly wrong”. Perché sarà anche lo sguardo vitreo a rendere Ben inquietante, ma lo è ancora di più quel suo aspetto da topo di biblioteca, stempiato, un po’ flaccido, che si scandalizza per una rivista porno.

Con la morte della figlia adottiva, il lento perdere terreno di Ben si tramuta in crollo verticale. E’ la definitiva prova che aveva scommesso sul cavallo sbagliato, che l’Isola, dopotutto, più che madre gli è matrigna. La scena in cui gira la ruota, disperato e rassegnato, in una grotta che richiama neanche tanto velatamente il cuore ghiacciato dell’inferno dantesco,[1] ha un sapore epico ed è diventata immediatamente un momento classico di Lost.

La sua faida con Widmore off-island è quasi marginale, diventa un vuoto rincorrersi tra i due leader esautorati degli Altri. E quando Ben torna sull’isola, passeggero pagante e tuttavia intruso sul volo Ajira, l’isola lo lascia rientrare, salvo poi accoglierlo con placida indifferenza. E’ proprio l’indifferenza a spezzare Ben: what about me? chiede disperato a Jacob nel loro confronto finale. Questa è la caduta finale di Ben Linus, indubbiamente un man of faith che vede il proprio dio/idolo voltargli le spalle, e che infine capisce di essere stato manipolato tutto il tempo dall’uomo in nero.

"Alex, se vuoi ti aiuto ma per favore, smettila di uscire con Jeff Goldblum. Per nutrirsi deve prima vomitare sul suo cibo."

Dr. Linus è la chiusura di questa parabola, forse l’inizio di una nuova. Il sideways world, sempre più gentile della sua controparte originale, ci mostra un Ben professorino dimesso, in bilico tra ambizioni frustrate, genuino amore per il suo lavoro e un rapporto con suo padre che non è nemmeno poi tanto male. Solo quando sideways!Locke – qui inquietantemente simile all’entità che ne ha preso il posto sull’isola – gli dà una spintarella Ben cede alla tentazione di usare un istinto manipolatore ed arrivista che evidentemente è innato in lui. Ma questo Ben non è altrettanto bravo a quel gioco, fa errori in cui la versione originale non sarebbe inciampata neanche per scherzo. Sideways!Ben vince ugualmente, però, perché ha altre priorità. E’ certo una vittoria dolceamara, che lo tiene intrappolato in una vita mediocre. Ma questo Ben se ne va lo stesso a testa alta, perché non ha niente da rimproverarsi, non ha lasciato vittime lungo il suo percorso, mentre è proprio questa consapevolezza a straziare la sua controparte isolana.

Non sappiamo se questa conversione di Ben al partito dei “buoni” sia definitiva, o se la tardiva fiducia di Ilana sia malriposta. Fatto sta che Dr. Linus è l’ultimo episodio Ben-centrico, ed è coerente con il percorso compiuto finora dal personaggio, passato da comparsa di lusso ad essere uno dei motivi fondamentali per guardare Lost. Se questo fosse il Ben definitivo, ecco, io non mi offenderei, perché nel suo caso gli autori mi hanno preso per mano e mostrato passo passo come si fa a far crescere un personaggio.

Nemmeno noi, Jack, tranquillo!

E no, non me ne stavo dimenticando: al di là dell’ottimo studio sul personaggio di Ben (e più di metà del merito va a Michael Emerson, che insieme a Terry O’Quinn, mi dispiace ma polverizza il pur bravo resto del cast), c’è anche la scena della dinamite tra Jack e Richard, ovvio setup per la puntata 6×09. Richard spiega, in parte, il motivo della sua immortalità: sta vivendo un Meet Kevin Johnson perpetuo, impossibilitato a morire finché Jacob/l’isola non glielo permettera. Richard è in crisi tanto quanto Ben dopo aver ucciso Jacob, anche lui si è sentito usato, ininfluente, ha visto ciò che credeva essere lo scopo della propria vita svanire come l’ombra su un muro. Più di un commentatore ha citato il mito della caverna in relazione a The substitute, ma credo vi si possa fare riferimento anche riguardo la crisi della fede di Richard e Ben. Ciò che ritenevano una certezza non era altro che un’illusione, un pallido riflesso di un gioco molto più grande di loro e forse oltre la loro comprensione. Poi arriva Jack che invece, per la prima volta, è pieno di certezze; a dispetto del suo scatto d’ira che ci ha fatto alzare gli occhi al cielo e dire “ecco il solito Jack”, sembra essere finalmente in sintonia con l’Isola, addentro ai meccanismi che la governano. Ed è interessante vedere come questo suo ulteriore passo verso il misticismo stile Locke prima maniera (con un tocco spiritato che è tutto suo) sia accompagnato da una prova empirica, uno spericolato test per vedere se davvero l’isola ha in mente una missione per lui. Il man of science non è morto: ha semplicemente fatto spazio al man of faith. Sarà questa la chiave per il successo di Jack, eroe designato ma finora fallibile e imperfetto – la capacità di mantenere l’equilibrio tra ragione e sentimento?

Tutti in coro: "awww!"

(Per non parlare del fatto che, dopo tanto tempo, è tornato il montaggio al rallentatore finale. Son cose.)

Widmore-vision(TM)

[1] e a ben vedere, Ben avrebbe più di un motivo per essere condannato a patire nel nono cerchio dell’inferno: ha tradito i propri parenti (suo padre, la figlia); ha tradito la propria patria (usando l’Isola per alimentare la propria sete di potere personale); ha tradito gli ospiti (i Losties); e ha tradito, o meglio tradirà, il suo maestro, cioè Jacob. Ma apparentemente non è ancora un dannato, e può quindi uscire a riveder le stelle nel deserto tunisino.

2 thoughts on “L’uomo in più: Lost 6×07

  1. Poggy!!!! Finalmente ti ho ritrovata!!!!
    (non fare quella faccia, lo so che dal nick non mi riconosci, sono Jana *Buffy and co, ricordi?*)🙂

    Ho perso un miliardo di dati, fra pc morto e cellulare defunto, non sapevo più come rintracciarti…
    Ho aperto un blog anche io un paio di mesi fa, avevo detto che non lo avrei mai fatto, poi ho ceduto alla tentazione!😛
    Probabilmente perché mi mancava scrivere idiozie.

    Non seguo più Lost, dai primi episodi della seconda serie, sono fuggita a gambe levate prima di cadere in uno degli enormi buchi di sceneggiatura, nonostante ciò leggerò i tuoi commenti.
    Cerco sempre di tenermi un minimo aggiornata, se no come faccio a criticarlo come si deve?😛

    PS: Oh, se passi a trovarmi non farti problemi per il nick, chiamami come preferisci😀

    • Jana, quanto tempo! Sembra che questo blog stia funzionando parecchio come aggregatore di vecchie conoscenze, direi che la pervasività di WordPress sui motori di ricerca batte la funzione “amici che potresti conoscere” di Facebook🙂

      Però mi tocca bacchettarti, non si critica senza guardare😉 D’altra parte mi rendo conto che Lost è un tantino polarizzante (ah ah, inside joke!) (dio mio, divento sempre più nerd ogni giorno che passa) e anch’io ho rischiato di mollare ad un certo punto, d’altra parte sono contenta di aver assecondato il moto d’inerzia che mi portava comunque a guardarlo su rai 2, perché specialmente tra la fine della terza e l’intera quarta stagione non hanno fatto che cagare fuori puntate memorabili (oltre che più nerd divento sempre più fine). Swooosh!

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