Nei secoli dei secoli: Lost 6×09

TMI alert!

Sei stagioni sono sufficienti perché una serie sviluppi una serie di topoi tutti suoi, degli schemi da ripetere permettendo ai fan più fedeli di poterli sentire come familiari. Uno di questi è la puntata in cui la narrazione si ferma, apre una parentesi, e per quaranta minuti ti racconta cosa era successo “nel frattempo, altrove”. O come in questo caso, “nel passato, in questo stesso luogo”. Fanno parte della categoria The other 48 days, il controverso Exposé, Meet Kevin Johnson, The life and death of Jeremy Bentham, e finalmente l’attesissimo Richard-centrico: Ab aeterno.

Paura, eh?

Un’altra cosa che questi episodi hanno in comune, è quella di creare un momento di pausa a stagione avviata e di usarlo non solo per soffermarsi su una sottotrama specifica, ma anche per spiegare un nodo cruciale della storia. The other 48 days era forse il più didascalico, presentando i sopravvissuti della sezione di coda; Meet Kevin Johnson oltre a chiudere la storia di Michael introduceva il concetto, ora importante, per cui “l’isola non ti lascerà morire se ha in mente una missione per te”.  The life and death… alzava il velo sulla questione del suicidio di John Locke, ancora una volta uno snodo narrativo le cui ripercussioni si vedono davvero solo ora. Il bistrattato Exposé fu un esperimento singolare: scritto per eliminare gli odiati personaggi di Nikki e Paulo, si può tranquillamente dire il momento di svolta della terza stagione (e in un certo senso dell’intera serie), in cui gli autori hanno detto “okay, basta cazzeggiare” e da lì in poi hanno cominciato a scrivere roba pesa, iniziando il crescendo che avrebbe portato a quel piccolo capolavoro che è Through the looking glass.

Sei proprio tu... Ramada?

Se tanto mi dà tanto, capiremo davvero il valore di Ab aeterno solo sulla lunga distanza, con la differenza che la distanza non è più lunga: siamo alla metà secca delle ore a disposizione in questa sesta stagione di Lost, e ci si sente, per usare una metafora appropriata, un po’ con l’acqua alla gola. L’altro giorno mi facevano notare come in questa stagione (e aggiungerei dal finale della scorsa) gli autori stiano spingendo sul pedale delle motivazioni intime, personali dei personaggi, spesso a discapito di quel quadro generale che aveva funzionato così bene nella quarta stagione, e in parte anche nella quinta.

Con il potere conferitomi dalle scie chimiche, creerò un maltempo tale che tu mi cadrai in braccio, barchetta!

Ab aeterno, dunque: vita, non morte e miracoli di Richard Alpert, cioè Ricardo (chissà qual era il suo vero cognome), che da contadino povero ma felice al fianco della sua Isabella sull’isola di Tenerife si ritrova vedovo, incatenato e naufrago su un’altra isola che ben conosciamo. Devo dire che la biografia di Richard e le modalità del suo arrivo sull’isola non mi hanno sorpreso: con gli elementi a disposizione ero arrivata ad immaginare qualcosa di piuttosto simile, come del resto molti altri spettatori. In un certo senso, le origini di Alpert si sarebbero potute rivelare anche una o due stagioni fa, almeno parzialmente; è il suo arrivo sull’isola che si fa davvero rilevante per gli eventi attuali.

Do per scontato che chi legge abbia visto l’episodio, quindi non sto a riassumere l’ordalia che il povero Ricardo (interpretato da un ispirato Nestor Carbonell) si trova a dover affrontare dopo il suo singolare naufragio. Ovviamente, sta qui il punto cruciale dell’episodio: la storia personale di Alpert è il cavallo di Troia con cui andiamo a conoscere meglio Jacob e Smokey, dove quest’ultimo blandisce lo spagnolo alternando con disinvoltura verità e menzogna come avevamo lo avevamo visto fare in Recon. Dall’altro lato della barricata, il biondo Jacob prima cresima Ricardo a schiaffoni, poi lo battezza, e infine sciorina quella che sembra essere la Spiegazione Definitiva sulla natura dell’isola:

Immagina che questo vino sia quello che tu continui a chiamare “Inferno”. Ma ha anche molti altri nomi… Malevolenza… Malvagità… Oscurità… E guardalo, come si agita nella bottiglia, incapace di uscire. Perchè se ci riuscisse… si diffonderebbe.

Il tappo è quest’Isola. Ed è l’unica cosa che tiene l’oscurità al proprio posto.

Insomma l’Isola come il vaso di Pandora, o meglio come il suo coperchio. Ma facciamo un passo indietro, e torniamo al – sospiro – buon vecchio tema di “chi ce l’ha più lungo? Scienza o Fede? E visto che cono due nomi femminili, è proprio il caso di porsi questa domanda?”

Dimentichiamoci dell’azzimato, pacato Richard Alpert che abbiamo imparato a conoscere e soffermiamoci sul Ricardo che era, sul suo mondo. Abbiamo un contadino ignorante nato nella prima metà del’800, per il quale la paura peggiore non è la morte in sé, ma la certezza di incontrare la dannazione eterna una volta varcata la soglia dell’aldilà. Per Ricardo, la cosa più vicina alla “scienza” è il medico che vende le sue polveri miracolose a caro prezzo; la fede, d’altra parte, è solo un’altra faccia della stessa autorità che lo guarda dall’alto in basso e lo considera merce di scambio (a proposito, solo a me l’attore che interpretava il prete ricordava Cheech Marin? Non riesco a credere che sia un casting casuale). Ricardo ha un timore del divino che è qualcosa di atavico; prendendo in prestito per un attimo la mitologia di Carnivale, è un figlio della age of wonder, mentre i Losties che conosciamo oggi sono nati e cresciuti nella age of reason. E’ naturale per Richard credere che i suoi interlocutori siano uno il diavolo e uno il salvatore: basta solo capire chi è chi, e noi, vedendo la sua storia attraverso i suoi occhi, siamo posti di fronte allo stesso interrogativo.

Che faccio, ti scrivo?

Ma è giusto limitarsi a sposare il punto di vista di Richard? Lost è la serie che ci ha traghettati (televisivamente) nel ventunesimo secolo, e più ripenso a questo episodio, più mi convinco che non può risolvere tutto con una divisione manichea tra bene e male. Come ho letto in un commento tanto lapalissiano quanto illuminante, Jacob avrà pure la camicia bianca, ma ha i pantaloni neri: vogliamo discriminare i pantaloni?😉 Questo per dire che se troviamo discutibili la tendenza alla manipolazione e la reticenza a dare spiegazioni di Jacob, e al contempo riusciamo a provare simpatia per “l’Amico”, probabilmente è perché dobbiamo essere dubbiosi.

La mia teoria preferita è che i Losties superstiti chiuderanno il cerchio (“it only ends once”) rendendo Jacob e l’Amico obsoleti; superando la concezione del mondo che vede l’isola e i suoi due custodi come necessari (e nei sideways l’isola non c’è…).  Se no, che libero arbitrio sarebbe?

2 thoughts on “Nei secoli dei secoli: Lost 6×09

  1. Pingback: Against all odds: Lost 6×10 « Conversation pieces

  2. Quando ho sentito la spiegazione di Jacob sul vino, mi sono caduti i coglioni. Nooooo, ancora l’eterna lotta bene/male dove prima non c’era! Che palle! I personaggi tutti in qualche modo stronzi (anche Jack se ci pensi, che prova a ingannare/ciulare gli altri per farli tornare; e comunque si droga di vicodin che nemmeno Gregory House…). Dunque che delusione! A meno che, e ci spero, la cosa non venga smentita come l’ennesima stronzata che Jacob si inventa nel suo gioco.

    (occhio che non ho ancora visto la 10! Ma entro 24 h lo faccio!)

    (Ah, impagabile la citazione di Hot Shot, ho riso)

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