Tutto il mondo è paese: True Blood stagione 2 (per non parlare dei libri)

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Mentre aspetto che la 6×10 di Lost appaia magicamente nel mio hard disk, colgo l’occasione per parlare della seconda stagione di True Blood. Depenniamo subito la domanda più pressante: è bella? Sì, nel senso che se vi è piaciuta la prima la seconda non vi deluderà, ma non è proprio uguale-uguale; nel bene e nel male, ci sono degli aggiustamenti sia a livello narrativo che di caratterizzazione su cui vale la pena soffermarsi, e ne approfitto per parlare anche dei primi tre romanzi della saga cui si è ispirato Alan Ball.

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Credo che la differenza più lampante tra i libri e il telefilm sia la maggiore coralità del secondo, laddove i romanzi sono narrati esclusivamente dal punto di vista di Sookie, e se la sua voce interiore è sicuramente più interessante (e divertente) di ciò che trapela nella sua controparte filmata, la storia per forza di cose risulta molto meno complessa. Per contro, la seconda stagione di True Blood sfrutta la molteplicità di punti di vista per moltiplicare le sue storyline: laddove nella prima stagione le sottotrame dei singoli personaggi erano sempre strettamente intrecciate al giallo del serial killer, qui si può dire che ci si divide da subito in tre tronconi – uno incentrato su Sookie, uno su Jason e uno su Tara/gli abitanti di Bon Temps – che solo verso la fine convergono, con risultati alterni.

L’anello debole è la storia che viene sviluppata attorno a Tara, e secondariamente Sam, che finiscono invischiati, insieme al resto del paesino, in una torbida vicenda di baccanali e sacrifici umani che tira in ballo perfino la mitologia greca. Il che sulla carta non sarebbe neanche male, se non fosse che questa sottotrama, oltre ad essere un po’ ripetitiva, si protrae per ben tre episodi dopo quello che si potrebbe dire il vero “finale emotivo” della stagione, ovvero la conclusione degli eventi di Dallas.

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Al contrario ho trovato efficaci le linee narrative di Sookie (la cui trama è l’unica a restare in qualche modo fedele al libro, Living dead in Dallas) e di Jason, un personaggio in grande crescita. Ho molto apprezzato, inoltre, i flashback di Bill sulla sua vita con Lorena (la donna che lo aveva trasformato in vampiro alla fine della guerra civile), sanguinari e morbosi quanto basta da non farmi perdere del tutto le speranze nei confronti del signor Compton, che, come notava Agony Aunt, rispetto alle sue prime apparizioni si è notevolmente imborghesito, diventando una sorta di controparte grigiastra al sempre più brillante Eric il vichingo.

Tuttavia, ciò che tiene insieme True Blood, a mio parere, è il “tono” del tutto: un misto di satira sopra le righe e di realismo in grado di rendere con poche pennellate il contesto sociale e culturale ben preciso in cui si svolgono gli eventi. Non ho mai visitato il sud degli Stati Uniti e quindi, ovviamente, non posso verificare se si tratti di un ritratto fedele; ma conosco bene la vita in un paesino di provincia, e mi sembra che True Blood, pur con le sue iperboli, ci azzecchi abbastanza. E questa abilità nel worldbuilding si riflette sulla parte fantastica della storia, continuando nella definizione dei vampiri come una classe sociale con una cultura propria che si incastra più o meno bene con quella umana.

"E solo perchè abbiamo addominali scolpiti e fattezze da paura... non è che non possiamo morire facendo a battaglia con la benzina"

E solo perchè abbiamo addominali scolpiti e fattezze da paura, non è che non possiamo morire facendo a battaglia con la benzina

Tornando ai libri, è una approccio che nei romanzi assume un registro più intimista. Nel volume che ho letto (l’omnibus che raccoglie i primi tre capitoli della saga), i riferimenti ai media e alla politica vampirica sono pressoché assenti, mentre, specialmente tramite il personaggio di Bill – qui molto più a suo agio con l’idea di dover bere sangue umano per vivere – la Harris usa questa diversità culturale come un ostacolo serio alla relazione tra Sookie e il suo fidanzato. Ovviamente questo approccio più problematico è dato anche dal monologo interiore di Sookie, che si interroga spesso su quanto possa farle bene una relazione dove, a parte la dirompente attrazione sessuale, l’altro è essenzialmente un predatore il cui mondo ha regole spesso violente e incomprensibili; così come la Sookie libresca è più indipendente, o perlomeno, vive con una certa frustrazione il doversi ogni tanto appoggiare a Bill (o a Eric, o ad Alcide, che incontreremo nella prossima serie[1]).

Per il resto, i Southern Vampire Mysteries, questo il titolo originale della saga, si possono tranquillamente classificare tra la letteratura di consumo nemmeno troppi gradini più in alto degli Harmony; dalla loro hanno il fatto di rendersene conto benissimo e di giocare all’interno dei limiti del genere con quell’autoironia che caratterizza anche il telefilm, che comunque resta un prodotto più articolato.  Charlaine Harris non si risparmia neanche qualche sapida frecciatina ai succhiasangue languidi e decadenti stile Anne Rice (che dopotutto credo sia stata la prima a fare della Louisiana la nuova Transilvania), preferendo un approccio più terreno, passando dalle ansie di Sookie per i conti da pagare alle dettagliate descrizioni dei suoi numerosi infortuni; c’è un’attenzione alla fragilità del corpo che è difficile non associare più o meno inconsciamente al vissuto dell’autrice[2].  Al fianco di invenzioni felici ma difficili da trasporre sullo schermo come quella di Bubba, non mancano sequenze di puro e deliberato wish fulfillment per signore, considerato che Sookie, da quando entra in contatto con il magico mondo di vampiri e compagnia cantante, rimorchia uomini bellissimi con una facilità inaudita.

In definitiva, i libri di Sookie Stackhouse non sono nulla di imperdibile, ma gli si può dare comunque un’occhiata (su Amazon UK si trovano i volumi usati a pochi penny) se siete in crisi d’astinenza da True Blood; e senza trooppa paura di spoiler perché, con l’impostazione corale e l’innesto di personaggi nuovi (come Jessica, o come Lafayette e Tara che sono radicalmente diversi nel romanzo, nonché poco più che comparse), la serie tv è destinata a mantenere con i romanzi un legame piuttosto flebile. Oppure si può sempre ingannare l’attesa gratis guardando le foto promozionali della terza stagione che cominciano a trapelare – già tentare di capire cosa sia successo ai capelli della Paquin dovrebbe tenerci impegnati per un pezzo.

[1] Tra l’altro, qualcuno mi deve spiegare come mai se, in una storia dove l’eroina si divide tra un vampiro e un lupo mannaro, al lupo mannaro va la parte di quello più sensibile e affidabile. In base a cosa? Parliamo pur sempre di uno che una volta al mese (come minimo) perde completamente il controllo delle sue azioni, altro che sindrome premestruale.

[2]Crescent Blues: I won’t. [Smiles.] On a different subject, I get the feeling that your Lily Bard series is darker than your vampire series.
Charlaine Harris: Oh absolutely, because [Lily] comes from a different place. She’s coming as a rape survivor.
[…]

Crescent Blues: Do Lily’s experiences reflect your own?

Charlaine Harris: Absolutely, yes. Not in detail but in general. I’m a long-term rape survivor and really proud of my adaptability. I thought it was time that such a person was depicted reasonably. (via)

6 thoughts on “Tutto il mondo è paese: True Blood stagione 2 (per non parlare dei libri)

  1. Bellissimo commento, che mi trova d’accordo in più punti.

    L’anello debole è la storia che viene sviluppata attorno a Tara…

    Vero, anche io ho avuto la sensazione che il brodo di questa storia venisse spesso allungato per stare al passo con le altre due, più dense di avvenimenti e “posate” su personaggi cardine più forti.
    Anche nella prima serie, sinceramente, mi sembrava che la parte su Tara e gli esorcismi fosse meno efficiente, pure a dispetto della presenza di comprimari interessanti nella sua orbita (la mamma, la strega vudù).
    Non riesco a focalizzare quale sia il problema – del resto, se ci riuscissi affronterei la cecagna postprandiale scrivendo serie miliardarie, non giocando a infectator su internet. Forse il guaio sta nel fatto che Tara non ha né l’imprevedibilità di Jason (veramente difficile da battere come generatore di nodi narrativi), né la relazione diretta con i vampiri di Sookie (e in fondo, per quanto una menade sia oggettino assai decorativo, è per i vampiri che uno guarda True Blood, no?). Tuttavia, visto che la seconda serie è dislocata fuori porta, Tara rimane l’unico legame con Bon Temps, e con quella vita di provincia del sud che agli autori intressa seguire e tenere viva per lasciare costante il sapore a cui ci hanno abituati con la prima. Mi piacerebbe anche capire se questa sensazione di noia intorno a Tara è qualcosa di “italiano”, se ci manca insomma qualche specificità culturale per decodificare con immediatezza il senso e il valore di quello che succede a lei e nei suoi dintorni.

    Riguardo alle gesta di Bill nei giorni in cui le sopracciglia delle signore erano sempre sottilissime, non condivido il riadere delle speranze. Secondo me quei giorni scellerati sono il tipico passato perduto del maschio romantico… un po’ come il signor Rocherster, che ne ha fatte di cotte e di crude in Jamaica (vi sembro un brav’uomo, Jane?). Io direi che quel sanguinario zuzzurellone è storia punto e basta, ma forse, come fondatrice del club “Forza Eric : fagli i bozzi al vampiro postmoderno” non sono il massimo dell’obiettività. Non vediamo l’ora di avere sookie fra i nostri tesserati!

    Non dico invece nulla sui libri, se non che il tuo post mi ha motivata a leggerli. Anche perché l’astinenza da queste parti comincia a essere un problema. Per ora posso anticipare che, stando alle interviste, la Harris mi ispira una certa ammirazione. MI piace anche il suo aspetto fisico, che non posso fare a meno di confrontare con quello della Meyer.

    Tra l’altro, qualcuno mi deve spiegare come mai se, in una storia dove l’eroina si divide tra un vampiro e un lupo mannaro, al lupo mannaro va la parte di quello più sensibile e affidabile. In base a cosa? Parliamo pur sempre di uno che una volta al mese (come minimo) perde completamente il controllo delle sue azioni, altro che sindrome premestruale.

    Alur, su questo ho una tipica pedante e segaiola agony teoria.
    Storicamente, prendendo in esame il cinema che ha fondato gli stereotipi pop sui due mostri, il Lupo Mannaro è sempre stato il Mostro-Malato. Non ricordo più che in che saggio ho letto per la prima volta questa definizione ma mi pare azzeccatissima. Il lupo mannaro si trova a fronteggiare una metamorfosi incontrollabile del corpo che funziona come una crisi: comincia, succedono le cose brutte, finisce. Mentre agisce come mostro il licantropo non è la persona che è. Il vampiro invece è un mostro
    24/7, il suo essere mostro pertiene all’ambito della fisiologia, non a quello della patologia. Non mi meraviglia che il licantropo si presti meglio a incarnare il tipo di bravo ragazzo che le signore dei romanzi e del cinema vedono più come un amico.

    • Ehilà!

      Guarda, nel mio binge-browsing di siti americani su True Blood ho notato che il malcontento nei confronti della storia della menade è quasi unanime – pure troppo secondo me, perché per esempio molti lamentavano un “rammollimento” di Tara rispetto alla prima stagione quando invece io ho visto la sua evoluzione psicologica come coerente. E mi rendo conto della necessità di tenere un piede a Bon Temps: le microstorie tipo quella di Hoyt e sua madre, o Terry e il suo stress post traumatico, per me sono uno dei valori aggiunti del telefilm. Per non parlare di Lafayette! Fondamentalmente, secondo me, il problema è che tutto ciò non ha legato bene col resto, ho trovato l’intervento di Bill un tantino artificioso: per l’appunto, True Blood lo guardiamo per i vampiri, ma allora forse sarebbe stato meglio renderli rilevanti per la storia di Maryann un po’ prima dell’ultimo episodio… mah. Poi, per dire, lo sto riguardando con mio padre e a lui sia la sottotrama del vodoo sia quella della menade (ci tengo a precisare, fin da prima che scattasse il momento-orgia :D) sono piaciute molto, sarà che alla fine Sam e Tara sono i suoi personaggi preferiti.

      Guarda, riguardo a Bill probabilmente (anzi, sicuramente) i libri hanno un po’ viziato i miei pronostici per il futuro: sarà che lì i suoi lati meno piacevoli sono molto più evidenziati, e Eric ha caratteristiche meno da villain, mentre mi sembra che nel telefilm stiano giocando più pesantemente sulla contrapposizione dei due… forse per sovvertirla, ma chi può dirlo. Voglio essere possibilista! Fermo restando che secondo me Sookie nel fan club di Eric c’è già con tutte le scarpe, solo che non se n’è ancora accorta, har har!

      In effetti mi sa che hai ragione sul lupo mannaro… per dire, al di là dell’horror, in Harry Potter l’equazione mannarità (lol)=malattia è usata platealmente. Continuo a pensare però che come boyfriend resti una brutta gatta da pelare, ma è un problema mio😉

      (EDIT: dimenticavo, giusto per farci vedere che ci tengono alle crisi d’astinenza, uscirà pure il fumetto: http://www.idwpublishing.com/news/article/1156/ di solito questi prodotti su licenza lasciano il tempo che trovano, ma gli darò un’occhiata…)

  2. Poggy ho comprato i libri anche io! A breve scriverò che ne penso del primo… mi ha fatto un’impressione buonissima, anche se non è horror nemmeno per sbaglio, nemmeno in due paragrafi.

    Bill è enormmente meglio nei libri, capisco che abbiano influenzato il possibilissimo.
    Devo anche dire che invece Eric è un po’ peggio, mi sbaglio?
    Mamma, che degrado: sembro la versione senile delle fan di twilight, che fanno osservazioni sulla scopabilità dei mostrini della saga. True Blood mi ha ammazzato il QI.🙂

    Come che sia, il primo libro è davvero diverso, per spirito, dalla serie, ma mi è piaciuto. L’intrattenimento onesto e spiritoso (e questa signora ha senso dell’umorismo da vendere) mi piace sempre.

    Sul lupo mannaro non saprei che dire. Sarà che io subisco un po’ il fascino del bravo ragazzo e un po’ quello del bestione… un bravo ragazzo che diventa un bestione ogni tanto mi sembra il massimo della comodità. Io se avessi un boyfriend lupo mannaro sarei contenta, lo tratterei benissimo e gli darei da mangiare dei pezzettini di Nanni Moretti con il riso soffiato🙂 Se ci sono lupi mannari in ascolto, anzi, li prego di considerare un annuncio matrimoniale il presente commento, e di tenere a mente che conosco la pasticceria preferita di Nanni Moretti dunque c’è concreta possibilità di agguato.

    • Sì, direi che più che horror i libri finiscono sotto l’ombrello dell’urban fantasy (qualsiasi cosa voglia dire urban fantasy, tra l’altro). Ed Eric nei romanzi è più l’alternativa “simpatico guascone” al saturnino Bill, ne convengo… Di sicuro è quello che, nella serie, ne ha guadgnato di più dalla polarizzazione “vampiro che vuole restare in contatto con la sua umanità”/”vampiro che anche no” che invece è andata a detrimento di Bill. Adesso sono proprio curiosa di sapere come imposteranno la terza stagione (e l’eventuale quarta), perché questa differente caratterizzazione secondo me rende necessarie ulteriori modifiche della trama… staremo a vedere. Mi chiedo anche se assisteremo ad una sorta di mashup – i libri quanti sono? Nove, dieci, e ne devono uscire ancora? Non so se davvero contano di andare avanti per altrettante stagioni o se, come hanno fatto col personaggio della regina, cominceranno a comprimere e rimescolare elementi della trama che appariranno solo più avanti.

      Sarà che io subisco un po’ il fascino del bravo ragazzo e un po’ quello del bestione… un bravo ragazzo che diventa un bestione ogni tanto mi sembra il massimo della comodità.
      Allora Alcide dovrebbe piacerti, più ragazzo di buon cuore di lui mi sa che c’è solo lo spesso dimenticato Sam Merlotte – per cui faccio il tifo, povero cucciolotto! La sua sfiga con le donne e con la vita in generale è del tutto immeritata, e immagino per lui un happy ending con una mutaforma non plagiata da una setta come la tizia di Beautiful dell’ultima stagione. Ah l’aMMore!

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