La solitudine del manager

Malcolm McLaren

Come ormai sanno anche i muri, è morto Malcolm McLaren, l’uomo che inventò i Sex Pistols. E per “inventare” si intende “prendere quattro teppistelli che bazzicavano il suo negozio di abbigliamento fetish e mettere loro in mano strumenti che non sapevano suonare”: un’operazione quantomeno velleitaria se non fosse che si rivelò in piena sintonia con lo spirito del tempo. Insomma, una geniale intuizione di marketing che incidentalmente, piaccia o no, straripò nella storia della musica. O meglio: diede un volto e una forma a qualcosa che succedeva già da tempo, anzi, in un certo senso era già successo.

the idiotIggy Pop già anni prima (pochi, in realtà, ma erano tempi di fermento: ci rendiamo conto che mentre i Beatles pubblicavano Let it be, i Black Sabbath uscivano con il loro primo album?) si era dato a pratiche autolesioniste sul palco, con Ron Asheton in divisa nazista, sputi, botte, droga, cazzi e mazzi (in senso figurato e letterale). Mentre usciva Never mind the bollocks, nel 1977, però, Iggy “l’eterno precursore” stava già facendo un tuffo carpiato in avanti col dittico The idiot/Lust for life. Un misto di sperimentazione e pop destinato a diventare più un long seller di culto che un successo immediato, mentre i Pistols colsero l’attimo, con instant-song come God save the Queen uscita in occasione del giubileo della regina, e trovate geniali, a livello di comunicazione, come la firma del contratto discografico di fronte a Buckingham Palace, o ancora la ricerca dello scontro frontale con i media istituzionali se non con il pubblico. Insomma, McLaren non inventò il punk, ma fu uno dei grandi precursori del marketing virale.

Brian EpsteinD’altronde, una delle letture più divertenti che ho fatto negli ultimi anni è stata l’autobiografia di Johnny Rotten, No Irish, No Blacks, No Dogs, che è tutto tranne che tenera nei confronti di McLaren – accusato, tra le altre cose, di essere una delle cause della morte di Sid Vicious. Rotten descrive Sid come un ragazzo sensibile e facilmente manipolabile, che McLaren avrebbe spremuto come un limone per farne l’uomo-immagine del punk. Di sicuro No Irish…, per quanto godibile, propone un punto di vista unilaterale, e la rivalità tra Rotten e McLaren è nota da sempre; però è un fatto che le figure come quella di McLaren – del manager, del discografico, dell’agente – quando non sono totalmente ignorate dal pubblico, difficilmente diventano molto popolari. Brian Epstein, l’uomo che rese i Beatles i Beatles, riesce a riscuotere qualche simpatia postuma a causa della sua precoce fine per overdose di farmaci, e per l’omosessualità che, alla faccia della rivoluzione sessuale allora in fermento, si era visto costretto a mantenere segreta per tutta la vita. Ma è anche quello con la “colpa” di aver preso quattro rocker proletari di Liverpool[1] e di averli pettinati, rivestiti e resi i ragazzi che presenteresti in famiglia, tra l’altro licenziando Pete Best nel frattempo.

Jerry DevineLa figura del manager che snatura la genuinità dell’artista nel nome del vil denaro ovviamente trova posto anche nella fiction. Indimenticabile il Jerry Devine (Eddie Izzard) di Velvet Goldmine, che sfoggia un’aria vagamente mefistofelica e porta l’ambizioso Brian Slade sulla strada del successo, al costo però della sua integrità artistica e morale. Va anche detto che Velvet Goldmine include un ritratto più simpatetico della figura del manager, col personaggio del primo impresario di Brian: un omosessuale di mezza età innamorato del suo assistito e capace di vederne il potenziale, ma non in grado di “venderlo” come Devine sa fare.  A questo punto attendo di vedere il film sulle Runaways uscito ieri in America, dato che dalla sinossi e dai trailer sembra che, ancora una volta, il rapporto tra la band e il manager  sarà uno dei punti centrali del racconto.

In realtà, questo post altro non è che una serie di associazioni di idee nate dalla notizia della morte di McLaren, e non è che mi reputi poi questa grande esperta di musica, ma già che ci sono mi permetto di trarre alcune conclusioni (e vorrei ben vedere, il blog è mio).

La prima è che una reputazione peggiore degli impresari ce l’hanno solo le mogli delle rockstar, specialmente delle rockstar morte. E qui si potrebbe discutere fino allozzzzzzzzzzzzzzzzzz.

La seconda è: perché rispettiamo di più il musicista/l’artista che è fuori dalle logiche commerciali (“quella band si è venduta! Buuuh!”)? Avete mai sentito dire di un falegname che si è venduto perché vende molti mobili?

La terza:  mi sono dimenticata di citare la composizione della giuria di  X Factor (shame on me), ma insomma, direi che è abbastanza esemplificativo quando dico che Morgan era il giudice più popolare e Claudia Mori il più odiato dal pubblico. Giusto?

Vabbè, questo vi volevo dire. E già che si parlava di Iggy Pop, ci si vede ad Azzano Decimo (in provincia di Pordenone) per il concerto degli Stooges del 16 luglio! Accorrete numerosi!😀

[1] C’è un aneddoto che Lemmy dei Motorhead racconta nella sua autobiografia (che non ho, quindi cito a memoria) dove racconta che, a dispetto dell’immagine rassicurante, i veri “ragazzi di strada” erano i Beatles, non i Rolling Stones, che erano studenti di estrazione borghese. Lemmy racconta di aver assistito ad un concerto dei Beatles prima maniera dove qualcuno del pubblico insultò la band – e Lennon scese dal palco per assestargli una testata sul naso (che al tempo era chiamata “Liverpool handshake”).

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