Come Durok: Boris 3

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Mentre la prima metà della stagione di Lost traccheggiava, c’era un’altra serie che invece mi teneva incollata al bordo della sedia: Boris. Ho letto vari commenti dubbiosi, se non negativi, su questa terza stagione, che credo girino intorno ad un unico (fondamentale, parlando di commedia) punto: non fa ridere come le altre.

Ed è vero, Boris 3 non fa poi molto ridere. Ma più di una volta, mi ha quasi commosso.

Facciamo un passo indietro. Fin dalla prima volta che l’ho visto, Boris mi ha fatto ripensare alla commedia all’italiana. Quella migliore, degli anni ’60, che metteva alla berlina (e allo stesso tempo un po’ assolveva) i vizi e i tic degli italiani del boom. Mi veniva in mente soprattutto lo sketch del “dentone” con Alberto Sordi, dove il mondo della televisione viene già dipinto come restio al cambiamento e impastoiato dalle clientele e dai giochi politici.

renéSembrava guardare indietro anche il finale della seconda stagione, che si chiudeva su quel Machiavelli tanto vagheggiato da René – la fiction “maledetta” che però sembra essere anche un richiamo nostalgico a quando la tv italiana sapeva ancora produrre la famigerata “qualità”.

Invece all’inizio della terza stagione scopriamo che quello di Machiavelli era solo un sogno, e che la qualità se deve arrivare arriverà sotto forma di una serie “all’americana”, un misto tra E.R. e Dr. House con budget illimitato, attori meno cani del solito, addirittura consulenze tecniche, sebbene fallimentari (rappresentate da un Filippo Timi completamente folle che fa quasi da supplente a Corrado Guzzanti-Mariano). Tutto questo non prima di aver aperto la stagione con una satira alla tv “milanese” e mediasettara, efficiente ma senza còre – satira che ho trovato un po’ macchinosa, ma è l’unico difetto che posso imputare a questa stagione. Perché da lì decolla e segue René, ormai protagonista assoluto, nella realizzazione del suo sogno: un’altra televisione è possibile?

Per quanto ami tutti i personaggi di questa serie, alla fine René resta il numero uno: l’idealista disilluso ma solo fino ad un certo punto, l’uomo sposato col suo lavoro, il professionista sottoutilizzato, quello senza protezioni politiche. In questa stagione, René diventa simbolo della ribellione contro un sistema soffocante che appiattisce e logora, ed è difficile non amarlo per questo – e chiedersi come mai un attore come Pannofino sia rimasto chiuso in una sala doppiaggio per così tanto tempo (ma lo stesso, va detto, vale per buona parte dei comprimari, come Mauro “Biascica” Calabresi).

Sceneggiatore furtivo

Per raccontare questa storia, gli sceneggiatori (quelli veri, non i tre cialtroni che finalmente vediamo arrivare sul set) hanno abbandonato la struttura ad episodi più o meno indipendenti delle precedenti due stagioni per lanciarsi in una narrazione molto più legata alla continuity, giocando coi cliffhanger (perché il Dottor Cane ordina a Lopez di lasciare campo libero a René? Perché Medical Dimension è una trappola?) e limando gli aspetti surreali dei personaggi per una definizione dei caratteri più sottile ma sempre attenta al metatesto. Che Arianna voti Berlusconi, per esempio, non è scioccante perché si tratta di Arianna (che non ha mai espresso una preferenza politica nella serie finora; tra l’altro è la prima volta che si nomina un politico reale), ma perché la sappiamo interpretata da Caterina Guzzanti. D’altra parte, è lei, un’altra come René che sembra sposata al suo lavoro, che alla fine dice basta e se ne va a fare documentari in centroamerica; mentre Alessandro “Seppia”, quello che nella prima stagione deprecava il presappochismo che regnava sul set, si ritrova molto più a suo agio nel sistema di quanto ci si potesse aspettare. Dopotutto, dovrà pur mangiare.

Fig. 1: "Locura"

Quando l’illusione di poter fare qualcosa di diverso crolla – tutto ciò che c’era di buono in Medical Dimension è plagiato dall’estero, o forse Medical Dimension non è mai stato buono, punto, come sembra suggerire la puntata con Laura Morante – e la trappola ordita dalla Rete viene allo scoperto, René per sopravvivere deve resuscitare Occhi del Cuore: la solita vecchia merda, ma con la “locura”! E le luci smarmellate, e le cosce di Karin, e addirittura un cameo di quella cagna maledetta di Corinna e degli straordinari di aprile. E’ difficile non pensare che dietro al prefinale della serie non ci sia una riflessione su Boris stesso, che aveva ostinatamente evitato tutti i propri tormentoni più collaudati per dodici episodi, salvo poi rivomitarceli tutti addosso nel giro di mezz’ora, come per dirci: è davvero questo quello che volete? E’ ovvio che il Boris prima maniera non è la merda rappresentata da Occhi del Cuore, ma credo che il messaggio implicito sia quello che, se continuasse sui binari del già fatto, potrebbe diventarlo. Siamo passati dal fare riferimento ad Albertone che rideva della (e con) Italia del boom economico alla caciara surreale a conclusione di una storia sempre più amara, in cui, in questo paese, non c’è scampo per nessuno.

VIVA LA MERDA!

René risponderà a quella chiamata o no? Cos’è meglio: accantonare del tutto i propri sogni e dedicarsi ad altro, o piegarsi al sistema pur di non abbandonarli?

Di fronte a questo finale sospeso, mi sono trovata a chiedermi se una quarta serie fosse possibile o no, ragionando che forse un film a questo punto sarebbe stato il passo successivo (se non proprio la conclusione) più naturale. Beh, non lo sapevo ancora, ma la notizia del film è stata confermata, quindi aspettiamoci di vedere Boris cambiare pelle di nuovo, perché se la televisione italiana è quello che è, non è che il cinema se la passi tanto bene…

E per concludere , per pura coincidenza su Friendfeed mi sono appena imbattuta in questo sketch di Raimondo Vianello, Sandra Mondaini e Gianni Agus – quest’ultimo nei panni di un Lopez ante litteram – che dovrebbe piacere a tutti gli estimatori di Boris. RIP Raimondo: a lui la locura avrebbe fatto un baffo.

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