How I learned to stop worrying and love the owl

Stanotte (o domani mattina presto, a seconda dei punti di vista) finisce Lost. La tentazione di fare un post tipo “i miei dieci personaggi preferiti” (SOLO dieci?) o  “le trentacinque domande di cui attendo una risposta” (seeeh)  era forte, ma a questo punto tanto vale aspettare il finale per finire in un tripudio di miccette e analcolico biondo, scrivendo post commemorativi strappalacrime con tanto di montaggio al rallentatore.

No, cari i miei sparuti lettori, oggi vi parlo dell’Inter che ha vinto la Champions. Perché ho una storiella edificante al riguardo, dritta da quella vita vissuta che ci ha dato un classico di questo blog come Forza, Panino.

Prima di tutto, devo premettere che sono milanista. Lo sono perché lo siamo tutti da questo lato della strada (quindi per me più che “la squadra di Milano” è “la squadra del mio vicinato”), e soprattutto perché, nei delicati anni della mia formazione, c’era un tal signor Sacchi che aveva a disposizione giocatori come Van Basten, Gullit, Rijkaard e Baresi, nonché giovinastri promettenti come un Maldini.  A dire la verità ho sempre seguito il calcio con quello che mi piace pensare sia sano distacco (non avere Sky aiuta, in questo senso): posso emozionarmi parecchio vedendo una partita, ma non permetto che mi rovini la settimana. E trovo abbastanza deprimente il fatto che ci sia gente più disposta a scendere in piazza contro la dirigenza della propria squadra piuttosto che contro, che ne so, il governo che alza le tasse o qualunque altra cosa influenzi direttamente la vita reale delle persone.

D’altro canto, mi sta piuttosto antipatico anche l’atteggiamento “ah, questi poveri scemi che si esaltano per dei miliardari che corrono dietro a un pallone”. Eh no: da che mondo è mondo, l’uomo produce e consuma intrattenimento fin dalla notte dei tempi. Tutte le culture, anche quelle che reputiamo primitive, hanno qualche forma di gioco, di teatro, di narrativa, di sport. Se accettiamo che si possa ridere di fronte ad una comica dove Stanlio e Ollio si danno fuoco alle dita dei piedi (non è vero, fanno finta, non sta mica succedendo a me o a te), non capisco come sia differente accettare il meccanismo psicologico per cui ci si può appassionare a una partita di pallone, alle Olimpiadi o a un combattimento di karate.

Fine del lungo preambolo.

Quello che volevo dire ai cugini interisti è: complimenti per la Champions vinta e per la storica tripletta campionato/Coppa Italia/Coppa dei Campioni. E’ una cosa di cui andare fieri, che prova la bontà della squadra così com’è, e che resterà negli annali del calcio italiano. E’ una cosa incontrovertibile e che NESSUNO vi ruberà.

Gufetto (c) me

Sapete cosa non durerà nel futuro? I gufi. O meglio, l’ossessione di molti (non tutti, per fortuna) interisti nei confronti dei gufi. Ma vivaddio, vinci il campionato e tutto quello che sai dire è “ahahah, così imparano i gufi!”? Ti avvii a vincere la prima Champions dopo QUARANTACINQUE anni ed è ancora la stessa storia? Ma vi rendete conto che così sminuite il valore della vostra stessa squadra (“siamo noi i più forti d’Italia e d’Europa!”) ponendo l’accento su ciò che gli ALTRI vi avrebbero fatto (“il sistema è contro di noi! Mondo crudele!”)? Bisogna saper perdere, ma bisogna anche saper vincere, via. Spero che questa annata formidabile curi l’Inter dalla sua tendenza al vittimismo e finalmente si parli di calcio confrontandosi su chi è più bravo, non su chi ha rubato cosa a quell’altro (sì, lo so, siamo in Italia e il mio è wishful thinking. Però.).

Tra l’altro, voi non avete idea di cosa sia un VERO gufo. Perché il VERO gufo non è quello della squadra avversaria. Le vostre rivalità si annullano a vicenda. Il VERO gufo è l’amico a cui non frega un cazzo di calcio.

Firenze, interno notte. Si trattava del mio primo anno da fuorisede per frequentare la scuola di comics. Poiché mi ero mossa in ritardo per la ricerca dell’appartamento, ero finita in un convitto di suore orsoline (e già qui ci sarebbe materiale per triliardi di post, ma chi frequentava il mio vecchio blog su iobloggo potrebbe ricordare quel periodo). Solitamente si cenava in un refettorio comune, che la sera era quasi sempre libero perché la maggior parte delle ragazze mangiava presto e aveva la tv in stanza.  Per cui potei tranquillamente appropriarmi della stanza per vedere l’Importante Partita in programma quella sera senza disturbare né essere disturbata.

Aaah che goduria!

Il Milan stava vincendo. Occorre sapere che in quel convitto il coprifuoco era alle 22.00, 23.00 di sabato. Non perché le suore avessero dei motivi particolari per tenere dentro quindici ragazze quasi tutte maggiorenni, anzi, se avessimo voluto passare la notte a prostituirci alle Cascine bastava avvertire che non saremmo rientrate e nessuno avrebbe battuto ciglio. No, le suore erano solo troppo micragnose per darci le chiavi e non volevano star su fino a tardi per aprire il portone.

Dicevo. Allo scattare del coprifuoco delle 22 rientrano le mie amiche e vicine di pianerottolo. Per rispetto della loro privacy (tanto chi c’era sa😉 ) le chiamerò Silvia e Bruna.

A Silvia non fregava una ceppa di calcio. Non ne sapeva nulla. Quindi fu solo per educazione che mi chiese:

Silvia: Cosa sta facendo il Milan?
Io: Beh, abbiamo vinto il primo tempo tre a zero.
Silvia: Ah, allora ormai avete vinto, giusto?
Io: URGH NON PARLARE, non si dicono certe cose prima della fine della partita!
Silvia (col massimo candore): ma in effetti sarebbe più emozionante se anche gli altri segnassero…
Io: non lo dire neanche per scherzo!

Silvia e Bruna vanno di sopra a cambiarsi.

Il Milan prende tre gol nel corso del secondo tempo. Guardo la tv con la classica espressione di Desmond che a mano a mano mi si dipinge sul volto.

Silvia torna giù per prendere qualcosa da bere.

Silvia: allora come va?
Io: abbiamo. Preso. Tre. Gol. Si va ai supplementari.
Silvia: oh… dopo i supplementari si va ai rigori, giusto?
Io: …sì. Se vanno avanti col pareggio.
Silvia: ma in effetti anche i rigori, cioè, alla fine sono più emozion–
Io: FUORI.

Avrete ovviamente capito di che partita sto parlando. Istanbul, stadio Ataturk, 25 maggio 2005: Milan-Liverpool 5-6. La Waterloo della mia carriera di tifosa milanista. Il resto è storia: si andò effettivamente ai rigori e il Liverpool vinse con una rete di vantaggio. A quel punto, andai al piano di sopra a bussare alla porta di Silvia.

“Tu”, le dissi, con una risatina nervosa “non guarderai MAI più una partita insieme a me.”
“Oh”, disse lei, sinceramente dispiaciuta (sul serio, credo di aver conosciuto poche persone più aperte e oneste di quella ragazza) “ecco perché i miei amici mi chiudevano in terrazzo quando c’erano le partite” (!)

Non era del tutto vero; una volta liberate dal contratto delle orsoline andai a vivere proprio con Silvia e altre tre ragazze in quel pazzerello di un appartamento che fu teatro di tutte le feste, sbronze e cene luculliane che ci erano state precluse dalle suore. Lì vidi anche i mondiali, e a dispetto della presenza di Silvia (o forse anche grazie a lei, le vie del signore sono infinite) sappiamo come è andata a finire.

Quindi, cosa ci insegna questa storia? Che a volte i gufi esistono. Ma non sono mai quelli che ti aspetti. E difficilmente ci riescono due volte di fila.

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