A Serbian film (Srdjan Spasojevic, 2010)

Ho accumulato un po’ di cose da guardare (Centurion, Bronson, Adam’s Apples, il pilot di Boardwalk Empire, giusto per fare dei nomi) e post da scrivere (tipo finire la recensione della terza stagione di True Blood – e tra poco ci sarà da fare quella della quarta di Mad Men).  E invece cosa ho fatto? Mi sono addentrata nei sordidi meandri di megavideo e mi sono vista A Serbian film. Sarà che venivo da una giornata in preda a un’emicrania cattiva e allucinogena e sapevo che ormai potevo accettare di tutto. Sarà colpa di quei simpatici fan del boia di Srebrenica che hanno fatto il disastro a Genova l’altra sera – e tra l’altro nel film c’è pure un personaggio (l’autista) che assomiglia proprio a Ivan Bogdanov.

Dopo averlo visto, mi sono trovata di fronte a tre linee di pensiero divergenti che coesistevano nella mia mente.

1) E’ una cazzata fatta per scioccare e poco altro, ah ah, non mi hai mica fregato, Spasojevic!

2) Per favore, qualcuno mi lavi il cervello con la candeggina, CHE BRUTTO BRUTTO MONDO C’E’ LA’ FUORI

3) Com’è che dalla Serbia escono delle gnocche siderali tipo la moglie del protagonista che sembra la sorella figa di Nina Senicar, e gli uomini, beh, no?

Seguono spoiler – moderati, ma pur sempre spoiler. Io vi ho avvisati.

 

Nina SeniCHI, prego?

 

Il punto è che non riesco a inquadrare bene questo A Serbian film, e uno dei motivi è che il regista ha sbandierato a destra e a manca il Messaggio prima ancora che la gente vedesse il film. La trama in breve: Milos è un attore porno leggendario nel suo ambiente non solo per le misure pressoché equine, ma anche per la durata e la qualità delle sue performance. Tuttavia Milos abbandona senza troppi rimpianti il mondo della pornografia, e si ritira a vivere con la moglie bella e intelligente e il figlioletto. E’ una famiglia talmente equilibrata che Milos e consorte riescono a cavarsela con invidiabile scioltezza quando il bambino scopre uno dei vecchi film di papà e inizia a fare domande imbarazzanti. Tuttavia il gruzzoletto messo da parte da Milos sta finendo, e quindi il nostro accetta, con riluttanza, di tornare al lavoro con un contratto stratosferico facendosi dirigere da Vukmir, un misterioso regista dall’aria a metà tra il magnaccia e lo scienziato pazzo. Com’è come non è, Milos, all’oscuro del contenuto del film, si troverà letteralmente costretto a partecipare o ad assistere a scene sempre più turpi, fino all’escalation di violenza finale.

Tenere fuori dalla portata dei bambini

 

Ora, ciò che Spasojevic ci tiene a sottolineare, è che ASF sarebbe un metaforone della situazione della Serbia – un paese  segnato da un passato violento non ancora espiato agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, e che a tutt’oggi soffoca, controlla e violenta il proprio stesso popolo. Il punto è che questo è anche l’intento esplicito di Vukmir nel film, il che mi puzza. Forse gli sto dando troppo credito, ma ho l’impressione che Spasojevic ci stia prendendo per il culo e in realtà in A Serbian film sia più importante “film” di “Serbian”, un aspetto secondo me definitivamente rivelato dall’inquadratura finale, dove riappare un personaggio solo intravisto nella prima parte della storia, tutta presagi e disagi. E’ una scena che, dopo l’ultima, inevitabile dimostrazione di nichilismo, sa quasi di sberleffo, di rottura della quarta parete che ci ricorda che stiamo guardando un film in un film in un film.  E’ un modo di lavarsi le mani della pesantezza del Metaforone? E’, al contrario, un modo per rimarcarlo ancora di più, tipo “c’è sempre qualcuno più in alto che ti manipola” (e al vertice ci sei tu, spettatore-voyeur che sei arrivato fino alla fine di questa storia)?

La chiave di lettura metacinematografica (uh, l’ho detto) è quella che mi garba di più, perché così tutto fila (d’altra parte per questo blogger serbo la metafora politica sembrerebbe più che valida, ed è bene prenderne atto, anche se a giudicare dai commenti non tutti sono d’accordo). In questo senso l’accostamento tra pornografia, snuff e torture porn sembrerebbe ben ragionato (e nemmeno del tutto nuovo nella cinematografia serba): nel film, Vukmir lamenta che la pornografia porti con sé un elemento di finzione, mentre lui vuole girare un film reale al 100%. Cosa ovviamente contraddetta dai fatti, poiché tutti recitano una parte tranne l’ignaro Milos, che alla fine viene privato del proprio libero arbitrio e trasformato in una marionetta infoiata manovrata da Vukmir. Insomma non c’è scampo: nel momento in cui entra in gioco una telecamera la realtà va a farsi benedire. Restano solo “cinema” e “metaforone”.

Un’altra cosa che ho trovato interessante è il continuo ritorno sul tema della famiglia, rifugio sicuro di Milos e istituzione ripetutamente fatta a pezzi dalla “follia creativa” di Vukmir. Eppure, pur nel finale molto poco consolatorio, l’idea di famiglia come nucleo unico, bozzolo protettivo, non è del tutto annichilita, anche se in questo caso si fa portatrice di morte invece che di vita. Il fratello di Milos, poliziotto corrotto e apparentemente più sessuomane dell’ex pornostar, tenta di eccitarsi guardando la cognata in un video di famiglia registrato sopra a un film porno. Non è solo la bella Maria l’oggetto del desiderio: è l’idillio domestico, la connessione genuina tra le persone che viene sistematicamente negata in tutto il resto del (brutto, brutto) mondo di A Serbian film.

Non mi sono soffermata sullo specifico delle scene più o meno disturbanti perché secondo me non ha senso: dipende da cosa siete abituati a vedere, ognuno ha una soglia di sopportazione diversa che questo film può mettere alla prova come no. Io ammetto di averlo guardato un po’ così

ma non ho dubbi che ci sarà chi, tra voi, potrà fregiarsi di dire “tsè, ho visto di peggio”. Forse anch’io ho visto di peggio, ma insomma, non è proprio acqua fresca, né tantomeno vi lascerà in pace con il (brutto, brutto) mondo, anche se più che il gore , relativamente moderato, è il generale senso di lerciume morale a fare effetto, se ne fa. Il suo difetto è che a un certo punto il meccanismo diventa palese: immaginate la maniera peggiore in cui una situazione può svilupparsi e quello accadrà puntualmente, tanto che il climax finale, per quanto turpe, non è sorprendente per lo spettatore quanto lo è per il protagonista. Siamo lontani dal rigore di un Martyrs che teneva alta la tensione disattendendo le aspettative più ovvie e così moltiplicando la paura – per molti versi, A Serbian film è più che altro parente di Cannibal Holocaust, un po’ per l’escamotage del film-nel-film, un po’ per quel retrogusto furbetto “FILM SCANDALO BRUCIATE LA PELLICOLA BANNATELO DAI FESTIVAL” che non può non essere premeditato. Bisogna però dare atto a Spasojevic di aver fatto un lavoro più sottile di Deodato. Se lo sguardo della troupe fittizia di Cannibal Holocaust diventava inevitabilmente il nostro, mettendoci prima dal punto di vista del carnefice e poi lavandosene le mani con un finale finto-moralista, A Serbian film trova in Milos un protagonista con cui è facile simpatizzare e che al tempo stesso è vittima ed esecutore della tortura.

 

Ecco, magari questo su youporn è un po' difficile da trovare (spero)

Le scene di sesso violento allestite da Vukmir non sono poi distanti da quello che la pornografia mainstream già offre, ma vissute tramite il punto di vista di Milos perdono qualsiasi intento titillatorio. Il sesso è morte in A Serbian film, dove Milos diventa una macchina caricata a testosterone che scopa senza trovarvi nessun piacere, solo orrore di se stesso.

Alla fine, A Serbian film è un oggetto ibrido. Mischia scene ben costruite e girate in modo raffinato (il primo giorno di riprese di Milos, il suo peregrinare allucinato dopo i due giorni di blackout) a passaggi dal sapore vagamente amatoriale che non possono essere giustificati dal basso budget. Cammina sul crinale sottile tra geniale trovata e sonora cazzata, e ogni tanto mette il piede in fallo (AH AH ho detto “fallo” AH AH). E’ lercio e disgustoso il giusto, ma sappiamo bene che nel giro di tot anni, se non mesi, uscirà un nuovo film-scandalo che ne prenderà il posto – che in fondo è quello che è successo a Human Centipede (che però non ho ancora visto), spodestato proprio da A Serbian Film dal trono dell’hype truculenta.  Direi che è anche recitato bene, a parte il caricaturalissimo Vukmir, che sarà anche volutamente sopra le righe, però è un po’ un cazzo pugno in un occhio lo stesso, ed è uno dei maggiori motivi per cui ci si domanda se questo film ci è o ci fa.

Temo quindi dover ricorrere a un salomonico “solo il tempo ce lo dirà” per vedere se A Serbian film sopravviverà alla sua stessa hype, o se si dissolverà nel budellame indistinto del torture porn, ricordato solo per “quella scena lì”, quella che ti farà guardare ogni ostetrico con sospetto e, in generale, indossare mutande di ghisa 24/7 perché là fuori è un BRUTTO BRUTTO MONDO.

EDIT: Ne approfitto per sfoggiare qui il mio secondo Maurizzio, dedicato proprio al discusso, controverso, aldodeusanio film di cui sopra.

 

 

9 thoughts on “A Serbian film (Srdjan Spasojevic, 2010)

  1. È da un po’ che bazzico da queste parti su consiglio della Zia.😉
    Purtroppo questo film non l’ho visto. E non so se lo vedrò. Non perché sia un tipo impressionabile, ma piuttosto perché certi film li “riscopro” più tardi rispetto a tutti gli altri… quindi non posso darti un commento articolato come mi piacerebbe.
    Però una previsione gettata lì così, te la faccio: secondo me “A Serbian Film” finirà proprio per essere ricordato per le singole scene, piuttosto che per il [presunto] messaggio. Questa, in effetti, è l’impressione che se ne ricava avendone solo letto; il ché sembra abbastanza indicativo.
    Volevo farti, piuttosto, i complimenti per l’articolo, finora il più equilibrato che abbia letto e anche il più dettagliato senza ricorrere a [troppi] spoilers, e anche per i tuoi blog.
    Magari aspetterò i post su “Centurion” e “Bronson”. Quelli sì, li ho visti.
    Ciao
    EL🙂

    • Ciao elgraeco, e benvenuto! In effetti temo che tu abbia ragione, e che la voglia di scioccare abbia fatto da volano per A Serbian Film nell’immediato ma rischi di tagliargli le gambe sulla lunga distanza. E me ne dispiaccio un po’ perché secondo me Spasojevic non è l’ultimo degli imbecilli e sa girare anche bene, però non si applica al 100% e preferisce smarmellare.

      Credo che Centurion lo vedrò a breve: ieri sono inciampata quasi per sbaglio in Doomsday, sempre dello stesso regista, e mi è piaciuto parecchio. Mazzate a non finire e citazioni da Kenshiro Mad Max, ero contenta come una Pasqua😀

  2. Eh, Kenshiro e Mad Max si confondono sempre, chissà perché…😀
    Anche Doomsday ho visto. Quel tipo, Marshall, deve ancora rivelare il meglio di sé, per cui lo tengo d’occhio e allo stesso tempo incrocio le dita sperando che non svacchi…
    Grazie per il benvenuto. Ovviamente ritieniti invitata sul mio blog, quando (e se) vuoi.
    😉

    • Ho ricambiato il link immantinente🙂 Proprio bello il blog, mi sta facendo venir voglia di prendere in mano R. E. Howard per una buona volta dopo aver conosciuto Conan tramite film, fumetti e soprattutto i libri di Frazetta che ho consumato a forza di guardarli😉

      • Grazie!
        Se ti interessa ho scritto anche qualche articolo sui racconti di REH. Basta che individui gli indici e li trovi tutti! Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi.
        Anche perché c’è una mezza idea di raccoglierli in e-book.

        Infine, prometto di guardarmi A Serbian film, così dal prossimo commento non vado più OT!😉

  3. Alla fine l’ho letta, perché a me degli spoiler, in fondo, non importa moltissimo.

    Ci credi che è la prima recensione che mi dà un’idea precisa di come questo film potr. ebbe essere o non essere?
    Lo so, è noioso parlare delle recensioni del film, invece che del film, ma prometto che quando potrò farlo con cognizione di causa tornerò pure per quello.

    Nel frattempo, ti dico perché e cosa trovo interssante. La cosa che trovo interessante è il porno. Quando ho sentito parlare di questo “controverso” filme, per me la domanda è stata: come mai anche il porno e non la pura e semplice tortura (al limite come metafora o rimembranza della pronografia?)

    Ho letto un paio di accademici americani e inglesi che teorizzano sui legami tra porno e splatter – non proprio tra porno e torture porn, ma penso sia lo stesso. E ho letto spesso dissertazioni abbastanza persuasive che rintracciano il nucleo di questo legame nella confusione, nella parcellizzazione e nella componibilità che il corpo porno, come il corpo horror possiede. Cioé nella minaccia all’integrità e all’organicismo, due concetti in sé prestabilissimi a una prospettiva conservatrice o idilliaca, che questi due generi attentano.

    La cosa che dici sulla famiglia secondo me c’entra bene con questo discorso: da una parte oggetto delendo dall’altra unità “fissa”, si presta bene a indossare a indossare il ruolo del corpo (vittimizzato/promosso nell’horror solo come nel porno) per eccellenza. Voglio dire: da come la metti comincio a intuire un possibile “perché”. Poi non proseguo per non farmi troppi viaggioni prima del film, ma questa è pura paura di illudersi.

    Ciao!

    AA

    • Beh, mi fa piacere di essere stata esaustiva: allora la supercazzola non è stata del tutto inutile! Ho avuto l’impressione di essere andata avanti a oltranza, ma d’altra parte volevo schiarirmi le idee “in progress” su questo film, di cui ho ancora un giudizio piuttosto nebuloso.

      Decisamente c’è un discorso sul corpo come qualcosa che diventa estraneo e un po’ spaventoso. Si ha fin dall’inizio l’impressione che il Milos attuale veda in maniera dissociata la sua carriera precedente: non la rinnega, ma ho avuto l’impressione che la percepisse come vissuta da un’altra persona. Quando è costretto a rientrare in quei panni, continua a stare con la testa da una parte e col corpo dall’altra, tanto che in una scena arriva quasi a evirarsi volontariamente (ovviamente mentre la guardavo mi è apparsa alle spalle mia madre, ma questo è un altro discorso). Tra l’altro, anche se dubito che fosse ciò a cui Spasojevic stava pensando (ma hai visto mai), credo sia la prima volta che vedo la propria virilità fare paura all’uomo stesso – normalmente, al massimo, un personaggio maschile lo vedi spaventato/disgustato da ciò che vede fare agli altri maschi. Ma Milos, in questo caso, rimane completamente annichilito da ciò che *lui* è in grado di fare solo perché gli tira, e non riesce a conviverci. Ribadisco: probabilmente il regista aveva in mente altro, la manipolazione del governo, eccetera. Però il fatto resta.

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