Ascesa e caduta dei morti viventi: The Walking Dead stagione 1

Spoiler, ovviamente

The Walking Dead è stato l’evento principale dell’autunno televisivo americano, almeno per quanto riguarda i telefilm. E gli zombi. E i telefilm di zombi (ci sono altri telefilm di zombi? Sì, l’inglese Dead Set almeno, che però non ho visto quindi non esiste non ne parlerò). Tra l’altro a produrre era la AMC,  e l’idea di avere dei cadaveri deambulanti spalla a spalla con Don Draper e i suoi completi fumo di Londra, ammettiamolo, era piuttosto ganza. Cosa significa questo? Significa hype da schiuma alla bocca. E l’episodio pilota non aveva tradito le aspettative, in questo senso. Dal ritmo lento ma non noioso, ammantava l’apocalisse zombi di un’aura intimista, senza per questo rendere i morti viventi meno minacciosi. D’impatto le scene di Atlanta e dintorni completamente deserti, con le macchine abbandonate per strada come da tradizione. Il protagonista, il tipico personaggio lawful good all American (anche se l’attore è inglese; è quello che tentava di broccolare Keira Knightley in Love Actually anche se lei era sposata col suo migliore amico – ah, l’ironia), ma nel contesto, ci stava anche bene. La scena di lui a cavallo sulla carreggiata deserta, col cappello da sceriffo, sa di mito della frontiera, di pionieri che vanno a rifondare la società in una terra sconosciuta e popolata di indigeni a loro ostili.

Il brutto è che, a fine stagione, l’entusiasmo iniziale si è trasformato in una delusione generalizzata, almeno nella blogosfera italiana (i ratings in America si sono mantenuti sempre altissimi, ma non mi sono informata sulle reazioni di blogger e columnists vari, se escludiamo l‘esilarante recap di Videogum). C’è chi ha lamentato la carenza di zombi, chi la scarsa fedeltà al fumetto, chi la stupidità dei personaggi.

Ora, io mi trovo in una situazione di raro privilegio: non ho (ancora) letto il fumetto, e tra tutti i vari sottogeneri horror gli zombi non sono mai stati in cima alla mia lista, quindi, come si suol dire, I don’t have a horse in that race. Per cui ho visto The Walking Dead fondamentalmente come un telefilm (o serie tv per gli Stanis La Rochelle all’ascolto). E secondo me è proprio lì che ha toppato.

Dispiace dirlo, perché appunto secondo me era cominciato bene, e aveva proseguito più o meno in maniera promettente fino al terzo episodio. Ma la seconda metà si è rivelata di una sciatteria imbarazzante, roba da chiedersi se gli autori avessero mai visto un telefilm prima d’ora.  Soprattutto alla luce del fatto che a produrre è la AMC di Mad “scrittura di ferro” Men (non ho mai visto Rubicon e Breaking Bad ma mi dicono che corrano sugli stessi binari della serie di Weiner).

Ora, forse non tutti sanno che le reti via cavo americane sono use produrre le loro serie originali PRIMA della messa in onda. In genere, le girano, le rifiniscono, e poi le trasmettono. Al contrario, i network in chiaro tipo ABC girano a ridosso della messa in onda, con solo un tot di episodi di scarto, in modo da poter aggiustare le cose in corsa a seconda delle fluttuazioni degli ascolti (o essere troncati senza pietà). A questo punto mi riesce ancora più incomprensibile come mai TWD, nella seconda metà, sembri essere diventato improvvisamente una serie molto più lunga, che si può permettere episodi di transizione e sottotrame buttate lì da riprendere più avanti. Non so quali vicissitudini produttive ci possano essere state dietro le quinte, so che TWD finisce in una maniera appropriata al massimo per un break di metà stagione, non con il genere di conclusione che ti lascia la voglia di sapere come andrà avanti. E non è una questione di esplosioni eclatanti, botole che si aprono sull’ignoto o quant’altro: è proprio il clamoroso senso di “…embè?” che rimane di fronte ai titoli di coda.

Resta un’impressione di freddezza, di compitino fatto da chi non conosce – o non ama – ciò che sta raccontando. Per esempio (come si discuteva nei commenti dalla Zia) il gruppetto di sopravvissuti sembra partire da un’impostazione  kinghiana, una di quelle piccole comunità che il Re è bravissimo a descrivere, che si tratti degli abitanti di un paesino del Maine, di una classe di liceo o di gente asserragliata in un supermercato circondato da mostri. Premessa ottima, svolgimento povero: dopo il finale i personaggi sono ancora quello che erano all’inizio, pressoché intercambiabili tra  loro, e non c’è nemmeno quel grammo di coraggio nel far fuori qualcuno che avesse avuto più di tre battute nel corso di sei puntate.

Poi c’è il momento in cui si prova a scimmiottare Lost che, per quanto generi reazioni pavloviane in alcuni di noi, resta altrettanto inconcludente: la parentesi del CDC non ci dice nulla che non sapessimo già dal punto di vista della trama generale (il morbo-zombi intacca il cervello… aha? Non era già evidente dal fatto che bisogna maciullare la testa agli zombi per ammazzarli?), né ci dice alcunché di nuovo sui personaggi. Come hanno già notato Elgraeco e Rrobe, tra gli altri, una delle cose che hanno sempre funzionato in Lost erano proprio i personaggi, costruiti per lasciare il segno, colpire lo spettatore in un modo o nell’altro. Prendiamo la relazione tra Dale e Andrea in TWD: ricalca in qualche modo quella che si forma tra Locke e Claire nei primi episodi di Lost, con la differenza che in Lost il loro rapporto ci veniva mostrato (e in maniera molto “minima”, non è mai stato un elemento principale: eppure bastava),  mentre per la maggior parte in TWD è solo “detto”. Cioè, veniamo messi di fronte al fatto compiuto che Dale si è affezionato ad Andrea e alla sorella zombificata, così come al fatto che Lori si è subito consolata con Shane quando ha creduto che il marito fosse morto; ma non c’è traccia sullo schermo di questo bagaglio condiviso, per cui anche i momenti che in teoria dovrebbero essere di forte impatto emotivo (il tentato stupro di Shane ai danni di Lori, il discorso di Dale ad Andrea che vuole morire) ci arrivano senza benzina. Non ci importa più di tanto di questa gente e delle loro magagne. E non vediamo abbastanza dell’ambiente ostile e apocalittico che li circonda da giustificare tali magagne con lo stress del sopravvissuto. Tra l’altro, diciamolo: dichiarare qualcosa “il nuovo Lost” PORTA SFIGA. Come Lost ci sarà solo Lost, che questo sia un bene o un male lo decidete voi (come nei librogame).

Se questi sei episodi fossero la metà di una serie di dodici, o un trancio di stagione preso a caso da una continuity più lunga, molti di questi problemi potrebbero essere veniali. Ma come arco narrativo a sé stante falliscono.  Magari tutto verrà messo in prospettiva dalla prossima, si suppone più lunga, stagione, ma se una seconda stagione non ci fosse stata, cosa ci sarebbe rimasto in mano? Uno spezzone senza senso compiuto, privo sia di un qualsivoglia senso di chiusura almeno parziale, sia del tipo di cliffhanger che ci avrebbe fatto rimpiangere la soppressione dello show (citofonare: Carnivale per sapere come si fa). Nemmeno Heroes aveva il fiato così corto. E se c’è una regola che non si può infrangere con un prodotto seriale, è che in un modo o nell’altro deve convincere lo spettatore a tornare a vederlo ogni volta. Ironico che ad avere queste difficoltà sia proprio un telefilm sui ritornanti.

Nel frattempo ho visto Zombieland che in compenso mi è garbato di molto.

2 thoughts on “Ascesa e caduta dei morti viventi: The Walking Dead stagione 1

  1. Dove l’hai presa quella locandina alternativa?
    Tra l’altro hai fatto una riflessione preziosa circa lo spiattellarci i personaggi così come sono, senza un perché.
    Questi sei episodi sono un condensato di almeno 24 canonici: il marito violento con moglie e figlia arriva giù dal cielo, come la storia di corna tra vice-sceriffa e aiutante psicolabile; riguardo quest’ultima, però, io devo dire che avevo intuito qualche magagna ai danni di Rick già dal prologo del pilota, quando i due amigos sono in macchina e Rick si lamentava della crisi con la moglie… e con chi si lamenta? Proprio con quello che gli mette le corna. Classica commedia all’italiana…
    Poi abbiamo come dici tu, il vecchietto che si affeziona alle due sorelle, perché è così.
    Lo scavafosse che non si sa che faceva un attimo prima e poi diventa un profeta di sventure, perché è così.
    Il morbo, che non si sa che è, che prima uccide e poi resuscita. Perché è così anche questo.
    Ci sono un po’ troppi “perché è così” in questo telefilm, non trovi anche tu?

    Comunque approvo la tua conclusione, paragonare qualcosa a Lost decreta la fine prematura della stessa…
    😉

    • La locandina girava per tumblr, è di Andrew Kolb🙂 Carina, vero?

      Comunque sì, mi sembra che ci sia stato proprio uno sfasamento tra cose che si volevano dire e il formato che si è scelto. Troppa roba da far entrare in una miniserie, troppa atmosfera da creare (e la stavano creando: per l’appunto ho trovato il pilot fatto bene soprattutto da questo punto di vista) e quindi vai di didascalismo spinto, senza costruire nulla. Cominciare in medias res dovrebbe essere una tecnica narrativa dinamica, ma qui hanno proprio toppato perché di dinamismo non ne vedo.

      Lost ha lanciato la maledizione di Tutankhamon su ogni possibile usurpatore, è a quello che servivano i geroglifici🙂

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