La mia vita con Murphy: Eat the kermesse

Normalmente mi importa poco del festival di Sanremo, diverse edizioni le ho proprio saltate a pié pari, anche perché a casa mia, storicamente, la musica italiana non è mai andata per la maggiore, almeno non quella che solitamente si esibisce all’Ariston.

Epperò siamo nel 2011, ci sono i socialcosi, e ci si diverte anche a fare i gruppi d’ascolto cazzeggioni che commentano/perculano in diretta quanto accade nella più nota, immarcescibile, orchestrale kermesse canora italiana (ammesso che in Italia si usi la parola “kermesse” per qualcosa che non sia Sanremo). E’ anche vero che con un gruppo d’ascolto cazzeggione adeguato si può anche stare a commentare la barba che cresce sulla faccia del nonno di Heidi.

Tuttavia, devo ringraziare (anche) Sanremo per avermi fornito uno di quegli aneddoti gustosi che mi rivendo ogni volta che ne ho l’occasione, ovvero “quella volta che presi 8 scrivendo un tema su Elio e le Storie Tese”.

Correva il mio primo anno di liceo, e come è normale alcuni di noi ebbero dei problemi di assestamento nel passaggio dalle medie alla scuola superiore (alla fine dell’anno furono bocciati in sette). Io non ero poi molto preoccupata; anche se farei fatica a definirmi secchiona (il mio atteggiamento “prima il piacere poi il dovere” è più o meno agli antipodi della secchionaggine, direi), ero sempre andata molto bene a scuola, specialmente nelle materie umanistiche, specialmente in italiano.

Entri la professoressa Fibonacci[1].

La Fibonacci aveva due caratteristiche che la contraddistinguevano: una somiglianza impressionante con Orietta Berti, e un modo di parlare lezioso che malcelava un’indole un po’ bastarda dentro.

Cominciammo a studiare I promessi sposi come da programma. Io li leggevo sul libro che aveva usato mio padre vent’anni prima, anche se, tra carta ingiallita e copertina rigida blu smunto, sembrava risalire ai tempi di Manzoni stesso.  La Fibonacci, col suo birignao induttore di sonnolenze, ci aveva trascinato tra vasi coccio e vasi di ferro, tra fracristofori e mariemondelle, finché non interrogò. Alle medie non interrogavano mai in italiano, al massimo facevi i temi e gli esercizi del’antologia come compito per casa.

Sapevo poco, annaspai.

“Cinque”, cinguettò Orietta Fibonacci prima di mandarmi al posto. Non ci sarebbero state altre interrogazioni o prove scritte per tutto il primo quadrimestre, e quel cinque me lo ritrovai – disonore! – sulla pagella di metà anno, insieme a una più prevedibile insufficienza in matematica.

Nel frattempo, però, non me la passavo male: perché  mi ero trovata delle nuove amykette, perché comunque una scuola con tutte quelle ore di disegno è bella per forza, perché ci sentivamo ganze a stare lì con la sigaretta a occhieggiare da lontano i ragazzi del quinto anno, perché in ogni caso passare dalla scuola media sbrecciata e un po’ bulla del paesino al liceo nuovo di zecca in città è sempre e comunque un upgrade.

Rimaneva, comunque, la MACCHIA dell’insufficienza di fianco alla scritta “Italiano”.

Fast forward a febbraio. E’ il 1996, l’anno fatidico in cui partecipano Elio e le Storie Tese. Io avevo cominciato ad ascoltare gli Elii da quando era cominciato Cordialmente su Radio DeeJay, e in quegli anni analogici e un po’ pezzenti ci si arrangiava con le cassettine: tra i miei amici girava una copia malconcia di Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu, con il lato A tagliato, e lo spazio vuoto alla fine del lato B riempito con Odio i lunedì di Vasco e Disco inferno. Non dico che sia come aver fatto la guerra, ma sono quelle esperienze che temprano una generazione. Fatto sta che, con queste premesse, la partecipazione degli Elii alla KERMESSE venne accolta da noi pischelletti con una certa esaltazione, voglio dire, si era mai vista a Sanremo – che quell’anno era in versione mummificat-pippobauda – una cosa così?

Ora sappiamo che questa canzone – profetica se non proprio ETERNA: belle belle le instant song di Elio dalla Dandini, ma in realtà c’era già tutto qui – è diventata un classico pop e ha donato al simpatico complessino nella popolarità mainstream, ma allora, in quel freddo febbraio del ’96, Orietta Fibonacci non poté che reagire con INDIGNAZIONE.

“Una volta Sanremo era una cosa seria!”, sbottò in classe. Non l’avevo mai vista così infervorata. “Tenco si è UCCISO da quanto sentiva l’importanza di quella competizione! E invece adesso hanno rischiato di vincerlo quei buffoni delle Storie Tese!”

Pensavamo che fosse stato uno sfogo estemporaneo, e invece, nel tema programmato per la settimana seguente, la traccia di attualità chiedeva proprio di commentare il festival di Sanremo.

Mi trovai di fronte a un dilemma. Sentivo la pressione di quel fottuto cinque in pagella di cui dovevo assolutamente liberarmi. D’altra parte, tutto il discorso su Tenco mi aveva messo in uno stato d’animo da “wrong on the internet” ben prima che l’internet entrasse in casa mia. Pensai: “muoiano con me tutti i filistei” e cominciai a scrivere un’arringa in difesa degli Elii, spiegando la sottile (neanche tanto, ma sembrava che alla Fibonacci fosse sfuggita del tutto) satira operata da La terra dei cachi, che usava una confezione da canzonetta demenziale per dire delle verità pesanti sull’Italia.

Consegnai il tema convinta di aver ragione, ma anche attangliata dal dubbio. E se la Fibonacci fosse stata il tipo di insegnante che penalizza chi non la pensa come lei?

A suo onore, bisogna dire che non era questo il caso. Una decina di giorni dopo, riconsegnò i temi valutati. Avevo preso 8.

“Bel tema, Poggy” mi disse, seria “effettivamente credo di aver capito il tuo punto di vista, hai argomentato bene.”

Da allora, tutto rientrò nella normalità, nel senso che tornai a essere la solita secchiona in italiano (e la solita sega in matematica), e di quello non mi dovetti più preoccupare, anche quando la Fibonacci cambiò scuola alla fine dell’anno salvo poi ritornare per insegnare in un’altra sezione quand’ero in terza.  Mi ricordo quando la vidi avanzare lungo il corridoio, dove stavo cazzeggiando insieme al mio compagno di classe metallaro:

“La Fibonacci ha smesso di farsi la tinta”, commentai, indicando i capelli ora candidi della professoressa.

“Così assomiglia a Dolph Lundgren”, disse lui.

Mi piacerebbe ricordarla così:

"Parlami della Provvidenza nella poetica di Manzoni"

[1] Nome cambiato per la privacy, chi c’era sa, ecc.

One thought on “La mia vita con Murphy: Eat the kermesse

  1. Mi hai fatto rivenire in mente le cassette straregistrate che giravano allora… ce le ho ancora qui adesso… sottomano… ma non ho più il mangianastri!

    P.S. Mitico il libro dei promessi sposi d’annata.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...