La città invisibile

Non sono un’esperta di teatro; forse non sono nemmeno un’appassionata, considerato che le volte in cui ci sono stata si contano sulle dita… beh, almeno di due mani e forse si sconfina anche sui piedi cari a QT, ma sono comunque poche considerato che non sono certo una bambinetta appena fuggita dalla scuola media. Quando ho fatto l’abbonamento alla rassegna teatrale del vicino teatro/cinema comunal-parrocchiale è stato soprattutto per via di alcuni grossi nomi in cartellone e per uno spettacolo sulla Mala del Brenta che, per motivi generazional-geografici, è un argomento che qui qualche interesse lo desta sempre. La double feature Danzica/North B-east prevista per gennaio era forse quella che mi interessava di meno: okay, stando al depliant della rassegna si parlava di Padova. Di droga a Padova. Anche un po’ di omosessualità. Sentivo aleggiare il rischio del Tema Sociale, che non è male di per sé, ma fin da piccola gli eccessi retorici mi mettono in palese imbarazzo, è più forte di me. D’altro canto, parliamoci caro: per via dell’abbonamento ormai il biglietto era pagato, e allora cosa fai, stai ad assecondare l’abbiocco post-cena buttando i soldi nel cesso? Questo succede, quando all’asilo le suore ti fanno una testa così con “non lasciare niente nel piatto ALTRIMENTI I BAMBINI DELL’AFRICA?!?”(*): alzi il culo dal divano, e vai.

Siano benedette le suore (ma anche no), perché mi sono trovata davanti a due spettacoli di indubbio valore, parte di una ancora incompleta “Trilogia della città” (Padova) messa in cantiere dagli autori/attori. Difficile sintetizzarne la trama, pur trattandosi in entrambi i casi di rappresentazioni in cui la sceneggiatura ha il suo bel peso, con rispettivamente tre e due monologhi che si intrecciano e sovrappongono in un continuo cambio di prospettive, quasi un Rashomon senza omicidio. Danzica (presentato dal Colectivo TBT, con Marco Tizianel, Silvio Barbiero e Paolo Tizianel per la regia di Vasco Mirandola) racconta la giornata di tre amici, tre perdenti ognuno con un rapporto diverso con la dipendenza dalle droghe. Ma la droga è più un mezzo che un fine del racconto, la lente d’ingrandimento con cui ogni personaggio amplifica il proprio disagio nei confronti di situazioni cui è fin troppo facile relazionarsi. In North B-East (di e con Marco Tizianel e Silvio Barbiero)  i personaggi sono solo due – uno studente omosessuale ampiamente fuoricorso e un bancario rampante e divorziato, destinati ad incrociarsi più di una volta nel corso di una normale giornata di afa e disperazione – e l’ambientazione padovana caratterizzata in maniera più smaccata, ma come nel caso di Danzica i dettagli locali non sono mai così preponderanti da rendere la rappresentazione incomprensibile ai “foresti”.

Come ho detto, non sono un’esperta di teatro; non so quali siano i parametri specifici, propri del teatro per giudicare la drammaturgia, la regia, rispetto al cinema o alla televisione o alla letteratura. Quello che so è che mentre assistivo allo spettacolo – soprattutto alla parte di Danzica – non riuscivo a smettere di pensare a quanto cinematografico fosse tutto. Questo malgrado il numero limitato di attori, la scenografia più che scarna e la necessità di evocare, più che rappresentare, molti eventi. Capita molte volte, a torto o a ragione, di parlare di film che tradiscono un impianto teatrale(**), mentre in questo caso la regia, la (eccellente) colonna sonora, le luci, ma anche la qualità fortemente visiva del copione fanno più (potenziale) cinema qui che in tanti film italiani di tema più o meno analogo visti negli ultimi anni. Qualcuno, possibilmente qualcuno bravo, magari ci faccia un pensierino, ne uscirebbe qualcosa come un nostro Trainspotting, ma probabilmente meno furbetto e più sincero.

Qui e qui vi metto, rispettivamente, i link per l’intero Danzica e un estratto di North B-East – va da sé che, malgrado quello che si  è appena detto, il teatro filmato quando è ancora teatro perde molto, quindi il consiglio è di non indugiare: nel caso una – o entrambe – di queste rappresentazioni teatrali capitino nei vostri paraggi pensate ai bambini dell’Africa e andate a vederle.

(*) Cosa a cui tu, bambino dell’asilo italiano, puntualmente rispondi senza traccia di sarcasmo: ma allora non la possiamo dare a loro, la mia minestra?
(**) E qui si potrebbe aprire un dibattito: è necessariamente un male che un film tradisca un’impostazione teatrale? Cioè, per dire, è un difetto che Carnage si svolga tutto in una stanza? Una stanza dove Christoph Waltz mangia una torta, peraltro?

2 thoughts on “La città invisibile

  1. Cioè, per dire, è un difetto che Carnage si svolga tutto in una stanza? Una stanza dove Christoph Waltz mangia una torta, peraltro?

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