Double feature: Anders Thomas Jensen

va' che tenero gigione

Anders Thomas Jensen è, principalmente, uno sceneggiatore: possibile che tra i film a cui ha messo mano abbiate visto The Duchess con Keira Knightley, oppure Brothers con Jake Gyllenhaal e Tobey Maguire che è il remake del danese Brødre[1] da lui originariamente scritto, più una discreta lista di film prodotti nella sua terra natale dal Dogma in giù. Il nostro Anders, però, nel tempo libero fa anche il regista, e si dà il caso che, per una serie di fortuite coincidenze[2], lo scorso weekend abbia visto due su tre dei lungometraggi da lui diretti. Sono sicura che fremete dalla voglia di sapere come sono!

Blinkende Lygter (Luci lampeggianti, 2000) è l’esordio di Jensen nella regia di lungometraggi. Se dovessi definirlo in poche parole, direi che è un film molto italiano. E’ la verità! Ci sono molti soliti ignoti in questo quartetto di ladruncoli che sembrano la versione (ancora più) sfigata dei protagonisti di Pusher, dal quale mutuano lo spunto della fuga dal mafioso di turno a cui devono dei soldi. Ma se Refn nella sua trilogia dello spaccio cammina sulla linea tra il film di malavita e il dramma intimista, Jensen sceglie i toni della commedia surreale con occasionali risvolti dark: i suoi protagonisti sono una piccola armata Brancaleone di falliti un po’ fuori di testa che hanno in comune un contatto prematuro e traumatico con la morte e l’emarginazione (e questa tendenza al pugno nello stomaco, invece, direi che è molto danese). C’è lo straight man Torkild (Søren Pilmark), il fanatico delle armi Arne (Mads Mikkelsen), il drogato Peter (Ulrich Thomsen), e il giovane e sensibile Stefan (Nikolaj Lie Kaas), circondati da comprimari ancora più scalcagnati: il cacciatore criptoleghista, il dottore alcolizzato, la fidanzata assillante, i rapinatori ancora più sfigati di loro, per non parlare dei villain che non sono poi così minacciosi (o no?). Il film di rapina e conseguente fuga sono solo un pretesto per parlare di amicizia (rigorosamente maschile, malgrado la parentesi romantica che apre e chiude il film: quasi ti aspetti che qualcuno ad un certo punto dica “qualcosa del genere“), della famiglia che ti crei da solo quando quella vera non è stata all’altezza. Ma in realtà il bello di Blinkende Lygter sta nell’essere genuinamente divertente, spesso in modo abbastanza “scorretto” (impossibile non ridere alla scena delle mucche[3]), e nei suoi personaggi assurdi, sfigati, ma ugualmente simpatici: e qui si potrebbero aprire miliardi di parentesi sulla poetica del loser e di come si  differenzi al di qua e al di là dell’Atlantico, ma non sono sicura di avere la forza e soprattutto gli strumenti per farlo.

Non è un film perfetto:  al di là di non dire esattamente nulla di nuovo (non che sia un requisito imprescindibile, sia ben chiaro), la regia, che pure ha qualche bella intuizione surreale nei flashback, tradisce ancora un impianto un po’ televisivo. Complice anche la colonna sonora (nella scena che ho linkato ce n’è un assaggio) certi momenti sono un po’ ai confini del telefilm tedesco Ma sono sbavature che non pregiudicano in modo significativo il risultato finale, che rimane godibile, e soprattutto ci sono già i semi per il secondo film di Jensen che ho visto, e che rappresenta un notevole salto in avanti, sia a livello di sicurezza nella regia che di spessore tout court: Adams æbler.

Tutti nudi! Come Lars Von Trier!

Adams æbler (Le mele di Adamo, 2005) – devo fare una confessione: ho avuto per mesi (diciamo anche un annetto, va’) questo film in versione originale sottotitolata nel mio hard disk esterno, ma alla fine l’ho guardato quando è passato, doppiato, su Rai 5. Sì, lo so! Buu, doppiaggio brutto! Ma la verità è che è un film che si presenta in maniera un po’ sghemba: la maggior parte delle sinossi vi faranno pensare alla storia di un naziskin che si redime tramite i servizi sociali o che comunque ha uno scontro di valori con un prete, che non dico sia un brutto soggetto, ma forse nemmeno il tipo di storia che ti (mi) fa dire “oddio questo lo guardo subito”. SBAGLIATO. Adams æbler non parla di preti e naziskin: parla dei diversi gradi di follia e di menzogna in cui ci rifugiamo per far fronte alle sfighe della vita e ai nostri fallimenti. Che detta così sembra una cosa pesantissima, ma non è del tutto vero, perché si ride anche di gusto, ma insomma, alla fine si capisce anche perché quasi tutti abbiano ripiegato sulla più comprensibile sintesi del prete e del naziskin.

Da Blinkende lygter Adams æbler eredita buona parte del cast (Thomsen, Mikkelsen, Lie Kaas, Ole Thestrup), il simbolismo dell’albero di mele, una fotografia che a tratti suggerisce quasi un idillio fiabesco che però, alla luce dei contenuti del film, diventa uno sberleffo, una satira amara che spinge sul pedale del disagio non appena credi di aver tirato il fiato con una risata. Rispetto al suo predecessore, Adams æbler gioca ancora di più con l’assurdo, ma paradossalmente risulta più vero e incisivo anche nel tratteggiare le relazioni che si vengono a formare tra i suoi protagonisti tutti più o meno  borderline. E se come in Blinkende lygter le esplosioni di violenza, per quanto sempre sottilmente perturbanti, servono più la commedia che il dramma (nessun animaletto puccioso sopravvive nei film di Jensen), qui ciò si bilancia con pugni allo stomaco che arrivano senza far rumore, ferite fisiche e mentali che si riaprono di fronte a verità troppo a lungo negate, fragili comunità il cui perno è proprio l’anello debole che, quando cede, si porta giù tutti con lui. Adams æbler rimane difficile da definire fino all’ultima inquadratura: se Adam indubbiamente intraprende un percorso di crescita nell’arco della storia (quello che ci si può aspettare leggendo la sinossi di cui sopra), il film ci impedisce anche di accettare la conclusione come un lieto fine. Dove Blinkende lygter è in definitiva conciliatorio, la terza prova di regia di Anders Thomas Jensen[4] sceglie un approccio problematico, che pure producendo un film altrettanto godibile, non rassicura lo spettatore e rimane in testa anche oltre i titoli di coda. Consigliatissimo.

[1] Che culo che esiste il copiaincolla, guarda
[2] Mads Mikkelsen
[3] mi dispiace ma su youtube l’ho trovata sottotitolata solo in altre lingue nordiche, penso faccia abbastanza ridere anche senza sapere quello che si stanno dicendo. Poi magari voi sapete il danese, e io mi complimento con voi, perché chiaramente è una lingua che ci si mette d’impegno per essere incomprensibile
[4] Di mezzo c’è De grønne slagtere (“I macellai verdi”, nel senso di ecologici), che però non ho visto quindi palesemente non fa testo

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