La mia vita con Murphy: Eat the kermesse

Normalmente mi importa poco del festival di Sanremo, diverse edizioni le ho proprio saltate a pié pari, anche perché a casa mia, storicamente, la musica italiana non è mai andata per la maggiore, almeno non quella che solitamente si esibisce all’Ariston.

Epperò siamo nel 2011, ci sono i socialcosi, e ci si diverte anche a fare i gruppi d’ascolto cazzeggioni che commentano/perculano in diretta quanto accade nella più nota, immarcescibile, orchestrale kermesse canora italiana (ammesso che in Italia si usi la parola “kermesse” per qualcosa che non sia Sanremo). E’ anche vero che con un gruppo d’ascolto cazzeggione adeguato si può anche stare a commentare la barba che cresce sulla faccia del nonno di Heidi.

Tuttavia, devo ringraziare (anche) Sanremo per avermi fornito uno di quegli aneddoti gustosi che mi rivendo ogni volta che ne ho l’occasione, ovvero “quella volta che presi 8 scrivendo un tema su Elio e le Storie Tese”.

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La maledizione dell’apfelschorle (special guest: cibo e fauna della Svevia)

Tra una recensione e l’altra, ho avuto occasione di passare un paio di giorni a Stoccarda ospite di un’amica. E’ stato il mio terzo viaggio in Germania e la mia seconda esperienza con l’urina di Satana, cioè l’apfelschorle.

Occorre cominciare con un flashback.

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Raw power: Iggy and the Stooges live @ Azzano Decimo, 16.07.10

Tommy: Inutile figlio di puttana, è così che mi ha chiamato. Le ho detto: senti, mi dispiace, ma sono cose che capitano, mettiamoci una pietra sopra.
Spud: Sei stato onesto.
Tommy: Già, ma poi, poi ha scoperto che avevo un biglietto per Iggy Pop la sera stessa!
Spud: Si è fatta girare le palle?
Tommy: Di brutto. Si è incazzata come una belva: “O io o Iggy Pop, è il momento di decidere”.
Spud: E allora che cosa farai?
Tommy: Beh, il biglietto l’ho pagato!

Siccome sono un’inguaribile nostalgica vecchia dentro, questo post inizierà con un flashback. Era il 20 giugno 2008, e io e il fido Poggy Jr. ci eravamo recati all’Heineken Jammin’ Festival a Mestre per una giornata all’insegna di musica e cazzeggio. La line up prevedeva come headliners i Queens of the Stone Age e poi i Linkin Park sul palco principale, e i redivivi Sex Pistols su quello secondario. Incastrati lì in mezzo, alle sei del pomeriggio sul palco A, Iggy e gli Stooges.

Come molti della mia generazione, ho fatto conoscenza con Iggy grazie a Trainspotting, che mi fregio di aver visto appena uscito in Italia, in un uggioso sabato pomeriggio, al cinema Altino di Padova.  Iggy Pop è stato a lungo quello della traccia 1 della colonna sonora (ascoltata a oltranza), Lust for life; quello per cui Tommy e la fidanzata rischiano di rompere, e che era un presenza se possibile ancora più prominente nel romanzo di Irvine Welsh che lessi qualche tempo dopo.

Certo, con gli anni, a spizzichi e bocconi, l’ho conosciuto meglio, perché in fondo parliamo di un personaggio abbastanza ineludibile; anche se ho spesso avuto l’impressione che sia popolare più tra i musicisti che tra il grande pubblico, un po’ come i pittori che piacciono ai pittori o i registi che piacciono ai registi.  E quindi arriviamo a quel fatidico festival di due anni fa, dove arrivai sì con delle aspettative, ma con un’idea tutto sommato nebulosa di quello che avrei visto. Continua a leggere

Saudaden: Rammstein live @ Villafranca di Verona 1.07.10

P1020214Non avrei mai creduto di potermi riappassionare alla musica in quella maniera viscerale, anche ingenua, che è propria dell’adolescenza. Eppure, se guardo agli ultimi anni, mi rendo conto che tra i momenti più genuinamente esaltanti, da picco di endorfine, ci sono proprio dei concerti. Forse perché, “da grande”, ho più disponibilità economica (‘nzomma) e libertà di movimento (ecco, quella sì) per andare a vedere quello che voglio io, invece di accontentarmi di quello che passa il convento nel raggio di pochi chilometri? Può essere. Ma mi piace anche pensare di essere cresciuta, e per me crescere significa anche imparare a prendere le cose di pancia, senza tanti filtri mentali (sono pur sempre della Vergine, i filtri mentali sono la mia coperta di Linus).

Questo per dire che è passata più di una settimana dal concerto dei Rammstein a Villafranca di Verona e io sono in quella delicata fase che i portoghesi chiamerebbero saudade e che io, più prosaicamente, chiamo effetto Costa Crociere: insomma quella nostalgia che sa tanto di crisi d’astinenza, e come ogni buon tossicodipendente sa, è la seconda pera quella che ti frega. Continua a leggere

How I learned to stop worrying and love the owl

Stanotte (o domani mattina presto, a seconda dei punti di vista) finisce Lost. La tentazione di fare un post tipo “i miei dieci personaggi preferiti” (SOLO dieci?) o  “le trentacinque domande di cui attendo una risposta” (seeeh)  era forte, ma a questo punto tanto vale aspettare il finale per finire in un tripudio di miccette e analcolico biondo, scrivendo post commemorativi strappalacrime con tanto di montaggio al rallentatore.

No, cari i miei sparuti lettori, oggi vi parlo dell’Inter che ha vinto la Champions. Perché ho una storiella edificante al riguardo, dritta da quella vita vissuta che ci ha dato un classico di questo blog come Forza, Panino. Continua a leggere

“Sai che d’inverno si vive bene come di primavera?”

I <3 Berlin

Io non ho girato poi molto, almeno rispetto a certi miei amici, e sono anche facile da accontentare: sono sempre tornata soddisfatta dai miei sparuti viaggi all’estero. Sarà un meccanismo riflesso perché tendono a starmi sui coglioni quelli che tornano dalle vacanze solo per lamentarsene (e in genere si lamentano del cibo). Comunque sì: non mi viene in mente un posto che ho visitato che mi sia dispiaciuto al 100% finora.

Fatta questa doverosa premessa, io credo di amare visceralmente Berlino, di un amore irrazionale basato solo su due brevi soggiorni a distanza di otto anni l’uno dall’altro, e che mi fa vedere con lenti rosa a forma di cuore anche le file di casermoni squadrati stile DDR. Sono tornata sul suolo patrio solo da poche ore e già mi struggo di nostalgia, nonostante la temperatura costantemente sotto lo zero e i lastroni di ghiaccio sui marciapiedi. I quali, secondo me, hanno fatto strage di femori di nonnini – ma anche la felicità dei bambini, che si facevano trascinare dai genitori sullo slittino di legno tipo Heidi.

E comunque, come si fa a non voler almeno un po’ di bene ad una città dove il primo flyer di discoteca che vedi raffigura David Bowie?

(Arriverà, arriverà anche l’ultima puntata della superclassifica. Portate pazienza, alla fine la grafomania vince e credo che la mia top 2 si beccherà un articoletto un po’ più corposo.)

Quella volta che George Harrison, al capodanno del Duemila, disse “forza Panino”

George Harrison
George Harrison (25 febbraio 1943 – 29 novembre 2001)

In realtà, avevo cominciato a scrivere questo post giusto in tempo per l’anniversario della morte di George Harrison, poi come al solito ho perso il filo e quindi eccolo qui con qualche giorno di ritardo. Passato il santo, passato anche il miracolo? Beh, ma anche no, il post ve lo beccate lo stesso.

Ogni volta che qualcuno mi nomina George Harrison,  a me viene in mente il capodanno del Duemila. Ero in quinta superiore, ovvero l’ultima grande stagione delle Feste-in-casa, quelle dove alla fine si rimaneva tutti a dormire sul pavimento. Poi ci si svegliava con la lingua felpata e la mamma dell’amica/o che chiede sorridente, “allora? Vi siete divertiti?” e tu che non sai cosa rispondere, specialmente se hai chiazzato di vomito una parete nel corso di tale divertimento *cough*.

La *festa del Millennio*era ospitata da A., una mia amica la cui casa sembrava fatta apposta per queste cose; tutte le sue feste furono memorabili (tra l’altro alle sue feste io ho stabilito i miei record personali di rimorchio, per forza ci sono affezionata: mai più mi è successo! Mai più!), vuoi per la logistica – grandi spazi e vino fatto in casa – vuoi perché seguivano la massima enunciata in Tapparella:

Una festa molto particolare dove saranno invitati tutti: molti amici, molti nemici, e anche Panino. Forza panino!

Insomma, c’era sempre qualche amico degli amici a movimentare la serata e a rimpinguare la scorta degli alcolici. Quella festa di capodanno non faceva differenza. Dopo aver brindato augurandoci “buon 1998” (la mia generazione ha un senso dell’umorismo un po’ così) il soggiorno di A. era tornato ad una normalità fatta di gente che giocava a carte con regole tipo “chi perde beve”, altri che ballavano in terrazzo, altri ancora che si arrotolavano sigarette dall’aria sospetta.

A un certo punto, mi ritrovai seduta in poltrona a leggere una copia del Corriere che avevo trovato lì per caso. Poiché ero ancora nella fase – ammesso che sia mai finita – “uuhh, vediamo che effetto fa fare questa cosa normalissima però da ubriachi”, mi misi, banalmente, a leggere le notizie. In quel momento, arrivò una nostra amica che veniva da un’altra festa, e con lei i proverbiali “amici degli amici” tra cui uno che chiameremo Panino[1]. Continua a leggere